A CERCAR LA BELLA MORTE

Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte
( Tascabili MarsilioNarrativa - € 6,71 )
Se una delle funzioni della letteratura è far comprendere le ragioni degli altri, di chi è stato sconfitto dalla storia, di chi è fuori dal coro, allora questo libro è grande letteratura. Scritto con razionalità e passione, a volte con ferocia, a volte con amarezza, apre uno sprazzo sui motivi di chi, l’otto settembre del ’43, scelse la repubblica sociale non per comodità o convenienza ma per ragioni ideali.
Chiunque abbia sfogliato Pavese e Fenoglio non può astenersi dalla lettura di queste pagine, tratteggiate a tinte fosche, cupe, a volte piene di rancore, ma cariche di dolore umano, del sapore della sconfitta, della disfatta. Pregne degli umori di un mondo morente. È luce che squarcia una zona in ombra, il fascio luminoso che irrompe sulla scena come nei quadri di Caravaggio e mette in risalto aspetti che altrimenti resterebbero nascosti; dà loro volume, forma, sostanza.
La storia si sviluppa attraverso i piani asimmetrici di due fucilazioni: la prima reale, alla quale il protagonista assiste in Valsesia come rappresaglia ad un attacco partigiano, e la seconda mancata, a Milano, nel finale del libro, quando Carlo scampa il muro, forse perché a vent’anni si è troppo giovani per morire e per ammazzare e, dopo anni di lotte, di violenza si può anche avere nausea.
Non so se sia il fascino che ogni realtà in disfacimento è capace ipnoticamente di creare, la greve bellezza della morte, citata nel titolo, agognata quasi come una sorta di catarsi, di purificazione dall’infamia del mondo, a dare al libro una dignità letteraria ed umana. La sconfitta e gli sconfitti esercitano un’attrazione forse morbosa. Però nelle pagine della sua storia Carlo Mazzantini è riuscito a infondere qualcosa di più, anche se non esplicitato, anche se impalpabile. Qualcosa che si può cogliere tra le righe. Forse semplicemente il peso di valori decantati negli anni, filtrati dal giudizio del tempo, dall’esperienza personale. Carlo vede commilitoni morire, assiste a fucilazioni e torture di prigionieri. Non le giustifica ma nemmeno le condanna. Le descrive con prosa mai retorica, a tratti fintamente naturale. Usando uno sguardo asettico, a volte venato di pietà, a volte d’indifferenza, a volte di rabbia. Gli stessi sentimenti che accompagnano la sua esperienza. Non comprende le ragioni di quelli che sparano dalle montagne, dall’ombra, dallo scuro di vicoli bui. Lui assiste alla morte di chi ha vicino e giudica gli altri vigliacchi. Perché non hanno il coraggio di mostrarsi, perché nel loro agire non riconosce la guerra glorificata dal regime, dagli artisti futuristi. Non è pam, zrrl, bum, crash. Onomatopea da fumetti, “igiene del mondo”. È una “sporca guerra”, fatta di agguati, di spari nella schiena, di odio tra ragazzi che parlano la stessa lingua, di brutalità e violenza che si sommano, di irrazionalità. Non è la guerra fiera e dignitosa che ha conosciuto sui banchi di scuola, abbeverandosi alla peggior retorica fascista. Anche quando per pochi mesi la “guerra vera” lo sfiora, non c’è mai il confronto con il nemico. Il fronte è sempre distante, un luogo immaginario o irraggiungibile, come un castello kafkiano. È solo una luminescenza fioca, un sordo brontolio dell’orizzonte. La guerra continua a restare sinonimo di distruzione, si materializza negli alberi carichi di frutti abbattuti per migliorare la visuale di tiro, per piazzare campi di mine, nelle file di sfollati che sfuggono il bagliore effimero che Carlo e i suoi stanno attendendo quasi con ansia. C’è una deturpazione del paesaggio e degli uomini che rispecchia una deturpazione dell’anima collettiva. Nessuno si salverà perché si salveranno solo i furbi, i vigliacchi, gli inermi, i falsamente innocenti, gli stupidi.
L’epilogo non poteva essere che a Milano, durante l’ultimo sussulto d’agonia del regime. La figura pallida di Mussolini in fuga, che ancora arringa le poche camicie nere inneggiando con occhi spiritati alla vittoria finale, alle nuove armi che presto la Germania avrebbe gettato nel calderone del conflitto, non si capisce se sia patetica o commovente, se debba muovere rabbia o pietà.
Carlo assapora la sconfitta, si ritrova in un mondo che è l’opposto di quello per il quale lui ha combattuto. Ma è proprio quel mondo, stanco di lutti e di guerra, che gli allunga la mano alla quale lui si aggrappa per risollevarsi. Se c’è una catarsi è collettiva, non singola. Si realizza abbandonando alle spalle il dolore e la sofferenza. Dimenticando, forse perdonando, rimuovendo. Ma è Carlo che non riesce a rimuovere, che si sente elemento estraneo, che continua a ricordare. Quando ritroverà, a distanza di anni uno dei suoi carcerieri durante le settimane di prigionia a Milano, l’incontro è quasi gioioso, privo di veri rancori. C’è più l’amarezza per una gioventù perduta, forse mai vissuta, che le divisioni di una guerra civile. Però la rimozione che Carlo riconosce nell’altro è più dolorosa quasi della sconfitta, più dolorosi di torti e ragioni che un conflitto mai distribuisce equamente.
Carlo Mazzantini padre della più nota Margaret Mazzantini, è nato a Roma nel 1925. Dopo l’armistizio si unisce ai superstiti di un battaglione di Camicie nere e combatte in Valsesia. Dopo la guerra completa gli studi letterari. Ha vissuto lungamente all’estero, insegnando nel liceo di Tangeri e nell’università irlandese di Galway.

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