ATSPACLATESTA

Meglio delinquente che borghese

Monday, November 27, 2006

LAPO: SEMPRE IN PISTA!

New song by Lapo Elkann: Happiness


I dont know just where Im going
But Im gonna try for the kingdom, if I can
cause it makes me feel like Im a man
When I put a spike into my vein
And Ill tell ya, things arent quite the same
When Im rushing on my run
And I feel just like jesus son
And I guess that I just dont know
And I guess that I just dont know

I have made the big decision
Im gonna try to nullify my life
cause when the blood begins to flow
When it shoots up the droppers neck
When Im closing in on death
And you cant help me not, you guys
And all you sweet girls with all your sweet silly talk
You can all go take a walk
And I guess that I just dont know
And I guess that I just dont know

I wish that I was born a thousand years ago
I wish that Id sail the darkened seas
On a great big clipper ship
Going from this land here to that
In a sailors suit and cap
Away from the big city
Where a man can not be free
Of all of the evils of this town
And of himself, and those around
Oh, and I guess that I just dont know
Oh, and I guess that I just dont know

Heroin, be the death of me
Heroin, its my wife and its my life
Because a mainer to my vein
Leads to a center in my head
And then Im better off and dead
Because when the smack begins to flow
I really dont care anymore
About all the jim-jims in this town
And all the politicians makin crazy sounds
And everybody puttin everybody else down
And all the dead bodies piled up in mounds

cause when the smack begins to flow
Then I really dont care anymore
Ah, when the heroin is in my blood
And that blood is in my head
Then thank God that Im as good as dead
Then thank your God that Im not aware
And thank God that I just dont care
And I guess I just dont know
And I guess I just dont know

Bombacci, fondatore del PCdI appeso

Nicola Bombacci



Nicola Bombacci (Civitella di Romagna, FC, 24 ottobre 1879 - Dongo, CO, 28 aprile 1945) è stato un uomo politico soprannominato "il comunista in camicia nera".

Come Benito Mussolini iniziò la vita politica nel Partito Socialista Italiano nel 1903, tre anni dopo rispetto al futuro Duce. Bombacci, come Mussolini, si schiera con l'ala più intransigente del partito, che diviene maggioranza dopo il congresso di Reggio Emilia. Furono poi le fasce popolari più scontente che, entrando nel partito socialista e raddoppiando il numero degli iscritti, riuscirono, al congresso di Ancona (1914), a riconfermare questa maggioranza. Addirittura, al congresso socialista del settembre 1918, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto segretario del partito. Leadership che gli fu riconfermata nei primi mesi del 1919.

Bombacci non era un semplice tribuno locale, o un folcloristico Lenin della Romagna, ma uno dei capi del socialismo italiano dell'epoca. La sua visione massimalista del socialismo e il suo filo-sovietismo lo portano, lasciata la segreteria socialista al rientro di Lazzari, dopo la detenzione di quest'ultimo, come disfattista, a fondare nel 1921 a Livorno, con altri compagni, il Partito Comunista d'Italia. Già nel 1920 fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò, assieme a Serrati, Graziadei, D'Aragona ed altri sindacalisti, in URSS. La sua posizione politica, come quella di Antonio Gramsci e il gruppo "Ordine Nuovo", non traccia confini invalicabili con i futuristi di Marinetti, che appoggiano l'impresa fiumana di Gabriele D'Annunzio.

Tra le due rivoluzioni del secolo sembra esserci, da parte di alcuni esponenti già in odore di eresia, uno scambio di segnali che travalica la dura realtà degli scontri fisici che contraddistinguono la cronaca di quei giorni. Nella carriera politica del deputato comunista Bombacci vi fu poi un grave "incidente". Esso avvenne quando Mussolini, già nominato Capo del Governo, nel suo intervento alla Camera dei Deputati del 16 novembre 1922, pronunciò in quel suo sorprendente discorso, la seguente affermazione: "Per quanto riguarda la Russia, l’Italia ritiene sia giunta l'ora di considerare nella loro attuale realtà, i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali come governo non voglio entrare".

Così l'Italia, guidata da Benito Mussolini, fu la prima Nazione a riconoscere l'Unione Sovietica, seguendo una linea già abbozzata dall'on. Francesco Saverio Nitti. Bombacci che, come si è detto, era particolarmente vicino ai sovietici, rispose euforicamente al discorso di Mussolini, facendo un paragone fra le due rivoluzioni. Molti fascisti, che vedevano nel comunismo italiano il disfattismo antinazionale, rifiutarono questa interpretazione e altrettanto la ritennero improponibile per diversi motivi i comunisti, e Bombacci, nel 1927, dopo un lungo braccio di ferro con l'Internazionale che ne sosteneva la riabilitazione (Bombacci aveva guidato nel 1924 a Mosca la delegazione dei comunisti italiani ai funerali di Lenin), venne definitivamente espulso dal PCd’I.

Nemmeno Berto Ricci, il fascista "eretico" fondatore della vivacissima rivista "l’Universale", tentò in seguito di recuperare agli ambienti fascisti, sia pure non ufficiali, Bombacci e gli ex-comunisti espulsi con lui dal Partito Comunista. Malgrado ciò Bombacci dal quel lontano 1927, guardò sempre con interesse al fascismo di sinistra, e in quello spirito, Mussolini gli permise la pubblicazione e di una sua rivista mensile di politica, "La Verità", che imitava il titolo della Pravda. Il primo numero uscì nel 1936 con la collaborazione di parte del vecchio mondo socialista, nomi quali Walter Mocchi, Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta.

Quello fu anche il periodo in Ivanoe Bonomi progettava la costituzione di una "Associazione Socialista Nazionale" con gli ex deputati Bisogni, D’Aragona, Caldara, disposti a collaborare con il regime. Interessante è uno scritto di Walter Mocchi, pubblicato sulla rivista di Bombacci nel numero del 13 ottobre 1940 (era il momento del breve idillio tra Stalin e Hitler): "eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale".

Un altro episodio di riconciliazione avviato da Bombacci che è giusto segnalare, fu il suo interessamento verso Gramsci, quando quest'ultimo fu arrestato, sollecitando il Duce a considerarne la malferma salute; il permanere di contatti con il vecchio mondo socialista portò Bombacci a farsi interprete ed intermediario, nel 1934, assieme all’ex-sindaco di Milano Emilio Caldara, nel sollecitare con Nino Levi, un colloquio con Mussolini, per proporre il rientro nei sindacati fascisti, di personaggi come Bentivogli, ex-sindaco di Molinella, Massarenti, Rigola e cautamente Romita. A tale proposito esiste un documento di ambienti socialisti romagnoli (documento citato anche da Renzo De Felice) a favore del fascismo corporativo, considerato "di sinistra" e del suo capo. Molti tentativi rimasero tali, ma è giusto ricordare quanto Bombacci si adoperò, prima dell'ultimo conflitto, a favore di questi socialisti ed ex-comunisti affascinati da Mussolini e contrari all'antifascismo fuoriuscito.

È nell'ottobre 1943, agli albori della RSI, che ritroviamo uno scritto di Bombacci indirizzato a Mussolini, dopo i tragici avvenimenti di quel periodo, che dimostra la lealtà e la profonda dedizione dell'ex-deputato comunista: "Duce, già scrissi in "la Verità" nel novembre scorso — avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi — sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re e di Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del '22".

Nella RSI evidente fu il ruolo di Bombacci, come trascinatore di folle popolari, per quella legge, senza dubbio la più rivoluzionaria del Fascismo. Si deve anche menzionare che il prof. Sargenti, collaborò alla stesura della legge assieme al Ministro Angelo Tarchi (i 18 punti di Verona). Questa legge dimostra e testimonia il percorso avvenuto nell'animo dell’ex-comunista: la socializzazione è il traguardo del primo come dell'ultimo movimento fascista. Nei vari discorsi pronunciati in tutto il Nord Italia, soprattutto l'ultimo a fine marzo 1945, a Genova, in Piazza De' Ferrari, di fronte a oltre trentamila operai. Vi è tutta la dedizione a Mussolini, e l'entusiasmo per il recupero del Duce alle sue radici socialiste, cosa che permette di capire il comune destino di sangue dell'imminente aprile.

Mussolini lo volle dunque vicino negli ultimi giorni della Repubblica Sociale, perché rivedeva in quella comunanza il ritorno agli ideali sansepolcristi del 1919, la sua volontà di lanciare un tentativo di un radicale rinnovamento delle istituzioni sociali. Esso fu l'attuazione di un progetto già intravisto durante il regime con le riforme popolari del mondo del lavoro e della tutela sociale. È con il fascismo repubblicano della RSI che Bombacci ottiene da Mussolini lo spazio per interpretare, assieme al lui, le linee programmatiche della grande incompiuta riforma socializzatrice.

Catturato dalle forze partigiane e giustiziato, subito dopo il 25 aprile 1945, il suo corpo fu uno di quelli esposti in Piazzale Loreto, al fianco di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti.

Nietzsche: Anticristo LX





LX

Il cristianesimo ci derubò del raccolto della cultura antica, poi ha seguitato a derubarci sottraendoci il raccolto della cultura islamica. Il meraviglioso mondo culturale moro di Spagna, a noi in fondo più affine (dal momento che si rivolge ai nostri sensi e al nostro gusto più di quanto non facciano Grecia e Roma), venne calpestato (e non dico da quali piedi) : perché? Perché era nobile, perché doveva le sue origini a istinti virili, perché diceva sì alla vita anche con rari e squisiti tesori della vita moresca!... Più tardi i crociati combatterono contro ciò davanti a cui avrebbero fatto meglio a prostrarsi nella polvere: una cultura in confronto alla quale persino il nostro XIX secolo potrebbe apparire assai povero e «arretrato». Miravano al bottino, è naturale: l'Oriente era ricco... Ma siamo onesti! Le crociate? Alta pirateria, nient'altro! La nobiltà tedesca, in fondo nobiltà vichinga, si trovava in questo nel proprio elemento: la Chiesa sapeva fin troppo bene come avere in pugno l'aristocrazia tedesca... La nobiltà tedesca, sempre gli «svizzeri» della Chiesa, sempre al servizio di tutti i cattivi istinti della Chiesa, ma ben pagata... È stato proprio con l'aiuto della spada tedesca, del sangue e del coraggio dei tedeschi, che la Chiesa ha condotto la propria guerra a morte contro tutto ciò che di più nobile vi è sulla Terra! A questo punto sorgono molte dolorose domande. L'aristocrazia tedesca è quasi assente nella storia della cultura più elevata: si può immaginarne la ragione... Il cristianesimo, l'alcool: i due grandi strumenti di corruzione... In sé non doveva esserci scelta tra l'Islam e il cristianesimo, così come tra un arabo e un ebreo. La decisione è già data: nessuno è più libero di scegliere. O si è Cianciala o non lo si è... «Guerra all'ultimo sangue contro Roma! Pace e amicizia con l'Islam»: così pensava e fece il grande spirito libero, il più geniale degli imperatori tedeschi, Federico II. Come? Bisogna che un tedesco sia un genio, uno spirito libero, perché provi sentimenti rispettabili? Mi sfugge come un tedesco abbia mai potuto avere sentimenti cristiani...

Quei ragazzi erano pronti ad accoglierlo!



Le porte si stavano aprendo...

Sunday, November 26, 2006

Waiting for my man ...



I'm waiting for my man
Twenty-six dollars in my hand
Up to Lexington, 125
Feel sick and dirty, more dead than alive
I'm waiting for my man

Hey, white boy, what you doin' uptown?
Hey, white boy, you chasin' our women around?
Oh pardon me sir, it's the furthest from my mind
I'm just lookin' for a dear, dear friend of mine
I'm waiting for my man

Here he comes, he's all dressed in black
PR shoes and a big straw hat
He's never early, he's always late
First thing you learn is you always gotta wait
I'm waiting for my man

Up to a Brownstone, up three flights of stairs
Everybody's pinned you, but nobody cares
He's got the works, gives you sweet taste
Ah then you gotta split because you got no time to waste
I'm waiting for my man

Baby don't you holler, darlin' don't you bawl and shout
I'm feeling good, you know I'm gonna work it on out
I'm feeling good, I'm feeling oh so fine
Until tomorrow, but that's just some other time
I'm waiting for my man

Wednesday, November 22, 2006

Wyndham Lewis




Wyndham Lewis Percy Wyndham Lewis is credited with being the founder of the only modernist cultural movement indigenous to Britain. Nonetheless, he is seldom spoken of in the same breath as his contemporaries, Ezra Pound, James Joyce,. T S Eliot and others. Lewis was one of the number of cultural figures who rejected the bourgeoisie liberalism and democracy of the 19th century that descended on the 20th. However, in contradiction to many other writers who eschewed democracy, liberalism and "the Left", Lewis also rejected the counter movement towards a return to the past and a resurgence of the intuitive, the emotional and the instinctual above the intellectual and the rational. Indeed, Lewis vehemently denounced D H Lawrence, for example, for his espousal of instinct above reason.

Lewis was an extreme individualist, whilst rejecting the individualism of 19th Century liberalism. His espousal of a philosophy of distance between the cultural elite and the masses brought him to Nietzsche, although appalled by the popularity of Nietzsche among all and sundry; and to Fascism and the praise of Hitler, but also the eventual rejection of these as being of the masses.

Born in 1882 on a yacht off the shores of Nova Scotia, his mother was English, his father an eccentric American army officer without income who soon deserted the family. Wyndham and his mother arrived in England in 1888. He attended Rugby and Slade public schools both of which obliged him to leave. He then wandered the art capitals of Europe and was influenced by Cubism and Futurism.

In 1922, Lewis exhibited his portfolio of drawings that had been intended to illustrate an edition of Shakespeare's Timon of Athens, in which Timon is depicted as a snapping puppet. This illustrated Lewis' view that man can rise above animal by a classical detachment and control, but the majority of men will always remain as puppets or automata. Having read Nietzsche, Lewis was intent on remaining a Zarathustrean type figure, solitary upon his mountain top far above the mass of humanity.

VORTEX
Lewis was originally associated with the Bloomsbury group, the pretentious and snobbish intellectual denizens of a delineated area of London who could make or break an aspiring artist or writer. He soon rejected these parlour pink liberals and vehemently attacked them in The Apes of God. This resulted in Lewis largely being ignored as a significant cultural figure from this time onward. Breaking with Bloomsbury's Omega Workshop, Lewis founded the Rebel Art Centre from which emerged the Vorticist movement and their magazine Blast. Signatories to the Vorticist Manifesto included Ezra Pound, French sculptor Henri Gaudier-Brzeska and painter Edward Wadsworth.

Pound who described the vortex as "the point of maximum energy" coined the name Vorticism. Whilst Lewis had found both the stasis of Cubism and the frenzied movement of Futurism interesting, he became indignant at Mannetti's description of him as a Futurist and wished to found an indigenous English modernist movement. The aim was to synthesis cubism and futurism. Vorticism would depict the static point from where energy arose. It was also very much concerned with reflecting contemporary life where the machine was coming to dominate, but rejected the Futurist romantic glorification of the machine.

Both Pound and Lewis were influenced by the Classicism of the art critic and philosopher T E Hulme, a radical conservative. Hulme rejected 19th century humanism and romanticism in the arts as reflections of the Rousseauan (and ultimately communistic) belief in the natural goodness of man when uncorrupted by civilisation, as human nature infinitely malleable by a change of environment and social conditioning.

A definition of the classicism and romanticism, which are constant in Lewis' philosophy, can be readily understood from what Hulme states in his publication "Speculation":

"Here is the root of all romanticism: that man, the individual, is an infinite reservoir of possibilities, and if you can so rearrange society by the destruction of oppressive order then these possibilities will have a chance and you will get progress. One can define the classical quite clearly as the exact opposite to this. Man is an extraordinarily fixed and limited animal whose nature is absolutely constant. It is only by tradition and organisation that anything decent can be got out of him."

Lewis's classicism is a dichotomy, classicism versus romanticism, reason versus emotion, intellect versus intuition and instinct, masculine versus feminine, aristocracy versus democracy, the individual versus the mass, and later fascism versus communism.

Artistically also classicism meant clarity of style and distinct form. Pound was drawn to the manner in which, for example, the Chinese ideogram depicted ideas succinctly. Hence, art and writing were to be based on terseness and clarity of image. The subject was viewed externally in a detached manner. Pound and Hulme had founded the Imagist movement on classicist lines. This was now superseded by Vorticism, depicting the complex but clear geometrical patterns of the machine age. In contradiction to Italian Futurism, Vorticist art aimed not to depict the release of energy but to freeze it in time. Whilst depicting the swirl of energy the central axis of stability dissociated Vorticism form Futurism.

The first issue of Blast describes Vorticism in terms of Lewis' commitment to classicism:

"Long live the great art vortex sprung up in the centre of this town.
We stand for the reality of the Present - not the sentimental Future or the scarping Past...

We do not want to make people wear Futurist patches, or fuss people to take to pink or sky blue trousers... Automobilisim (Marinetteism) bores us. We do not want to go about making a hullabaloo about motor cars, anymore than about knives and forks, elephants or gas pipes... The Futurist is a sensational and sentimental mixture of the aesthete of 1890 and the realist of 1870."

In 1916 his novel Tarr was published as a monument to himself should he be killed in the war in which he served as a forward observation officer with the artillery. Here he lambastes the bohemian artists and literati exemplified in England by the Bloomsbury coterie:

"Your flabby potion is a mixture of the lees of Liberalism, the poor froth blown off the decadent Nineties, the wardrobe-leavings of a vulgar bohemianism.... You are concentrated, highly-organised barley water; there is nothing in the universe to be said for you: any efficient state would confiscate your property, burn your wardrobe - that old hat and the rest - as infectious, and prohibit you from propagating.

A breed of mild pervasive cabbages has set up a wide and creeping rot in the West... that any resolute power will be able to wipe up over night with its eyes shut. Your kind meantime make it indirectly a period of tribulation for live things to remain in your neighbourhood. You are systemis-ing the vulgarising the individual: you are the advance copy of communism, a false millennial middle-class communism. You are not an individual: you have. I repeat, no right to that hair and to that hat: you are trying to have the apple and eat it too You should be in uniform and at work. NOT uniformly OUT OF UNIFORM and libelling the Artist by your idleness. Are you idle? The only justification of your slovenly appearance it is true is that it's perfectly emblematic."

There is much of Lewis' outlook expressed here, the detestation of the psuedo individualistic liberal among the intelligentsia and his desire to impose order in the name of Art. In 1918, he was commissioned as an official war artist for the Canadian War Records Office. Here some of his paintings are of the Vorticist style, depicting soldiers as machines of the same quality as their artillery. Once again, man is shown as an automaton. However, the war destroyed the Vorticist movement, Hulme and Gaudier-Brzeska both succumbing, and Blast did not go beyond two issues.

In 1921, Lewis founded another magazine. The Tyro: A Review of the Arts, Sculpture and Design. The title reflects Lewis' view of man as automaton. Tyros are a mythical race of grotesque beings, all teeth and laughter. Satire is a major element of Lewis' style. His exhibition "Tyros and Portraits" satirises humanity.

THE CODE OF A HERDSMAN
Lewis' non-Nietzschean Nietzsechanism is succinctly put in an essay published in The Little Review in 1917, The Code of a Herdsman. Among the eighteen points:

"In accusing yourself, stick to the Code of the Mountain. But crime is alien to a Herdsman's nature. Yourself must be your Caste.

Cherish and develop side by side, your six most constant indications of different personalities. You will then acquire the potentiality of six men... Each trench must have another one behind it.

Spend some of your time every day in hunting your weaknesses caught from commerce with the herd, as methodically, solemnly and vindictively as a monkey his fleas. You will find yourself swarming with them while you are surrounded by humanity. But you must not bring them up on the mountain...

Do not play with political notions, aristocratisms or the reverse, for that is a compromise with the herd. Do not allow yourself to imagine a fine herd though still a herd. There is no fine herd. The cattle that call themselves 'gentlemen' you will observe to be a little cleaner. It is merely cunning and produced by a product called soap...

Be on your guard with the small herd of gentlemen. There are very stringent regulations about the herd keeping off the sides of the mountain In fact your chief function is to prevent their encroaching. Some in moment of boredom or vindictiveness are apt to make rushes for the higher regions. Their instinct fortunately keeps them in crowds or bands, and their trespassing is soon noted Contradict yourself. In order to live you must remain broken up.

Above this sad commerce with the herd, let something veritably remain "un peu sur la montagne" Always come down with masks and thick clothing to the valley where we work. Stagnant gasses form these Yahooesque and rotten herds are more dangerous than the wandering cylinders that emit them... Our sacred hill is a volcanic heaven. But the result of the violence is peace. The unfortunate surge below, even, has moments of peace."

FASCISM
Poverty dogged Lewis all his life. He, like Pound, looked for a society that would honour artists. Like Pound and D H Lawrence, he felt that the artist is the natural ruler of humanity, and he resented the relegation of art as a commodity subject to the lowest denominator to be sold on a mass market.

Lewis's political and social outlook arises form his aesthetics. He was opposed to the primacy of politics and economics over cultural life. His book The Art of Being Ruled in 1926 first details Lewis's ideas on politics and a rejection of democracy with some favourable references to Fascism.

Support for Fascism was a product of his Classicism, hard, masculine, exactitude and clarity. This classicism prompted him to applaud the "rigidly organised" Fascist State, based on changeless, absolute laws that Lewis applied to the arts, in opposition to the 'flux' or changes of romanticism.

Lewis supported Sir Oswald Mosley's British Fascist movement and Mosley records in his autobiography how Lewis would secretly arrange to meet him. However, Lewis was open enough to write an essay on Fascism entitled "I.eft wing" for British Union Quarterly, a magazine of Mosley's British Union of Fascists, which included other well-known figures in its columns, such as the tank warfare specialist General Fuller, Ezra Pound, Henry Williamson and Roy Campbell. Here Lewis writes that a nation can be subverted and taken over by numerically small groups. The intelligentsia and the press were doing this work of subversion with a left wing orientation. Lewis was aware of the backing Marxism was receiving from the wealthy, including the millionaire bohemi-ans who patronised the arts. Marxist propaganda in favour of the USSR amounted to vast sums financially. Marxism is a sham, a masquerade in its championship of the poor against the rich.

"That Russian communism is not a war to the knife of the Rich against the Poor is only too plainly demonstrated by the fact that internationally all the Rich are on its side. All the magnates among the nations are for it; all the impoverished communities, all the small peasant states, dread and oppose it."

That Lewis is correct in his observations on the nature of Marxism is evidenced by the anti-Bolshevist stance of Portugal and Spain for example, while bolshevism itself was funded by financial circles in New York, Sweden, and Germany; the Warburgs, Schiff, and Olaf Aschberg the so-called 'Bolshevik Banker'.
Lewis concludes his brief article for the BUF Quarterly by declaring Fascism to be the movement that is genuinely for the poor against the rich, who are for property whilst the "super-rich" are against property, "since money has merged into power, the concrete into the abstract..."

"You as a Fascist stand for the small trader against the chain store; for the peasant against the usurer: for the nation, great or small, against the super-state; for personal business against Big Business; for the craftsman against the Machine; for the creator against the middleman; for all that prospers by individual effort and creative toil, against all that prospers in the abstract air of High Finance or of the theoretic ballyhoo of internationalisms Nonetheless, Lewis had reservations about Fascism just as he had reservations about commitment to any doctrine. For him the principle of action, of the man of action, becomes too much of a frenzied activity, where stability in the world is needed for the arts to flourish. He states in Time and Western Man that Fascism in Italy stood too much for the past, with emphasis on a resurgence of the Roman imperial splendour and the use of its imagery, rather than the realisation of the present. As part of the "Time cult", it was in the doctrinal stream of action, progress, violence, struggle, of constant flux in the world, that also includes Darwinism and Nietzscheanism despite the continuing influence of the latter on Lewis's own philosophy.

An early appreciation entitled Hitler was published in 1931, sealing Lewis' fate as a neglected genius, despite his repudiation of both anti-Semitism in The Jews-Are They Human? and Nazism The Hitler Cult both published in 1939.

Well before such books, Lewis' satirising and denigration of the bohemian liberal Bloomsbury set had resulted in what his self-styled "literary bodyguard", the poet and fellow "Rightist" Roy Campbell, calls a "Lewis boycotts "When life's bread and butter depended on thinking pro-Red and to generate one's own ideas was a criminal offence."

TIME AND SPACE
A healthy artistic environment requires order and discipline, not chaos and flux. This is the great conflict between the "romantic" and the "classical" in the arts. This dichotomy is represented in politics and the difference between the philosophy of "Time" and of "Space", the former of which is epitomised in the philosophy of Spengler. Unlike many others of the "Right", Lewis was vehemently opposed to the historical approach of Spengler, critiquing his Decline of the West in Time and Western Man. To Lewis, Spengler and other "Time philosophers" relegated culture to the political sphere. The cyclic and organic interpretations of history are seen as 'fatalistic' and having a negative influence on the survival of the European race.

Lewis does not concur with Spengler, who sees culture as subordinate to historical epochs that rise and fall cyclically as living organisms. "There is no common historical and cultural outlook representing any specific cycle, but many ages co-existing simultaneously and represented by various individuals.

This time philosophy was in contrast to that of Space or the Spatial, and resulted in the type of ongoing change or flux that Lewis opposed. Lewis looked with reverence to the Greeks, who existed in the Present, which he regarded Spengler as disparaging, in contrast to the 'Faustian' urge of Western Man that looked to "destiny".

DEMOCRACY
Lewis's antipathy towards democracy is rooted in his theory on Time. Of democracy, he writes in Men Without Art. "No artist can ever love". Democracy is hostility to artistic excellence, and fosters "box office and library subscription standards". Art is however timeless, classical.

Democracy hates and victimises the intellectual because the 'mind' is aristocratic and offensive to the masses. Here again Lewis is at odds with others of the "Right", with particular antipathy toward D H Lawrence. Again, it is the dichotomy of the 'romantic versus the classical'.

Conjoined with democracy is industrialisation, both representing the masses against the solitary genius. The result is the "herding of people into enormous mechanised masses." The "mass mind... is required to gravitate to a standard size to receive the standard idea".

Democracy and the advertisement are part and parcel of this debasement and behind it all stands money, including the "millionaire bohemians" who control the arts. Making a romantic image of the machine, starting in Victorian times, is the product of our "Money-age". His opposition to Italian Futurism, often mistakenly equated with Vorticism, derives partly from Futurism's idoli-sation of the machine. Vorticism, states Lewis, depicts the machine as befits an art that observes the Present, but does not idolise it. It is technology that generates change and revolution, but art remains constant; it is not in revolt against anything other than when society promotes conditions where art does not exist, as in democracy.

In Lewis's satirisation of the Bloomsbury denizens, he writes of the dichotomy existing between the elite and the masses, yet one that is not by necessity malevolent towards these masses:

"The intellect is more removed from the crowd than is anything: but it is not a snobbish withdrawal, but a going aside for the purposes of work, of work not without its utility for the crowd... More than the prophet or the religious teacher, (the leader) represents... the great unworldly element in the world, and that is the guarantee of his usefulness. And he should be relieved of the futile competition in all sorts of minor fields, so that his purest faculties could be free for the major tasks of intelligent creation".

Unfortunately, placing one's ideals onto the plane of activity results in vulgarisation, a dilemma that caused Lewis's reservations towards Nietzsche. In The Art of Being Ruled Lewis writes that of every good thing, there comes its "shadow", "its ape and familiar".

Lewis was still writing of this dilemma in Netting Hill during the 1950s.
"All the dilemmas of the creative seeking to function socially centre upon the nature of action: upon the necessity of crude action, of calling in the barbarian to build a civilisations". This was of course the dilemma for Lewis in his early support for Hitler and for Italian Fascism.

REVOLT OF THE PRIMITIVE
Other symptoms of the romantic epoch subverting cultural standards include the feminine principal, with the over representation of homosexuals and the effete among the literati and the Bloomsbury coterie; the cult of the primitive; and the 'cult of the child,' that is closely related to the adulation of the primitive.

Female values, resting on the intuitive and emotional, undermine the masculine rational, the intellect, the feminine flux against the masculine hardness of stability and discipline. To Lewis revolutions are a return to the past. Feminism aims at returning society to an idealised primitive matriarchy. Communism aims at a returning to primitive forms of common ownership. The idolisation of the savage and the child are also returns to the atavistic. The millionaire world and "High Bohemia" support these, as it does other vulgarising revolutions. The supposedly outrageous, to Lewis, is tame.

Lewis's book Paleface: The Philosophy of the Melting Pot inspired as a counter-blast to D H Lawrence, was written to repudiate the cult of the primitive, fashionable among the millionaire bohemians, as it had been among the parlour intellectuals of the 18th century; the Rousseauean ideal of the "return to nature" and the "noble savage". Although D H Lawrence was writing of the primitive tribes to inspire a decadent European race to return to its own instinctual being, such 'romanticism' is contrary to the classicism of Lewis, with its primacy of reason. In contradiction of Lawrence, Lewis states that,

"I would rather have an ounce of human consciousness than a universe full of 'abdominal' afflatus and hot, unconscious, 'soulless' mystical throbbing."

In Paleface Lewis calls for a ruling caste of aesthetes, much like his friend Ezra Pound and his philosophical opposite Lawrence:

"We by birth the natural leaders of the white European, are people of no political or public consequence any more... We, the natural leaders of the world we live in, are now private citizens in the fullest sense, and that world is, as far as the administration of its traditional law of life is concerned, leaderless. Under these circumstances, its soul, in a generation or so, will be extinct."

Lewis opposes the 'melting pot' where different races and nationalities are becoming indistinguishable. Once again, Lewis' objections are aesthetic at their foundation. The Negro gift to the white man is jazz, "the aesthetic medium of a sort of frantic proletarian subconscious," degrading, and exciting the masses into mindless energy, an "idiot mass sound" that is "Marxistic".

COMPULSORY FREEDOM
By the time Lewis wrote Time and Western Man he believed that people would have to be "compelled" to be free and individualistic. Reversing certain of his views espoused in The Art of Being Ruled, he now no longer believed that the urge of the masses to be enslaved should be organised, but rather that the masses will have to be compelled to be individualistic.

"I believe they could with advantage be compelled to remain absolutely alone for several hours every day and a week's solitary confinement, under pleasant conditions (say in mountain scenery), every two months would be an excellent provision. That and other coercive measures of a similar kind, I think, would make them much better peoples

RETURN TO SOCIALIST ENGLAND
In 1939, Lewis and his wife went to the USA and on to Canada where Lewis lectured at Assumption College, a situation that did not cause discomfort, as he had long had a respect for Catholicism although not a convert. Lewis as a perpetual polemicist began a campaign against extreme abstraction in art, attacking Jackson Pollock and the Expressionists.

Lewis returned to England in 1945, and despite being completely blind by 1951 continued writing, in 1948 his America and Cosmic Man portrayed the USA as the laboratory for a coming new world order of anonymity and utilitarianism. He also received some 'official' recognition in being commissioned to write two dramas for BBC radio, and becoming a regular columnist for The Listener.

A post-war poem, So the Man You Are autobiographically continues to reflect some of Lewis' abiding themes; that of the creative individual against the axis of the herd and "High Finances

"The man I am to blow the bloody gaff
If I were given platforms? The riff-raff
May be handed all the trumpets that you will.
No so the golden-tongued. The window sill
Is all the pulpit they can hope to get."

Lewis had been systematically stifled since before World War I when he broke with the Bloomsbury wealthy parlour Bolsheviks who ruled the cultural establishment in Britain. Lewis continued with 'Herdsman's principles of eschewing both Bolshevism and Plutocracy, staying above the herd in solitude:

"What wind an honest mind advances? Look
No wind of sickle and hammer, of bell and book,
No wind of any party, or blowing out
Of any mountain blowing us about
Of High Finance, or the foot-hills of same.
The man I am he who does not play the game!"

Lewis felt that "everything was drying up" in England, "extremism was eating at the arts and the rot was pervasive in all levels of society He writes of post-war England:

"This is the capital of a dying empire - not crashing down in flames and smoke but expiring in a peculiar muffled way."

This is the England he portrays in his 1951 novel Rotting Hill (Ezra Pound's name for Netting Hill) where Lewis and his wife lived. The Welfare State symbolises a shoddy utility standard in the pursuit of universal happiness. Socialist England causes everything to be substandard including shirt buttons that don't fit the holes, shoelaces too short to tie, scissors that won't cut, and inedible bread and jam. Lewis seeks to depict the socialist drabness of 1940s Britain.

Unlike most of the literati, who rebelled against Leftist dominance in the arts, Lewis continued to uphold an ideal of a world culture overseen by a central world state. He wrote his last novel The Red Priest in 1956. Lewis died in 1957, eulogised by T S Eliot in an obituary in The Sunday Times, "a great intellect has gone."

Kerry Bolton

Thursday, November 16, 2006

Another book for Semi...

Rosa Alchemica


Sono passati più di dieci anni dal giorno in cui ci ho visto, per l’ultima volta, Michael Robartes, e, per la prima volta, i suoi amici e condiscepoli; e sono stato testimone della sua, e della loro tragica fine, e passai attraverso strane esperienze che mi hanno cambiato a tal punto che i miei scritti si sono fatti più oscuri e piacciano di meno; e dovrò indossare la tonaca e cercare rifugio nell’ordine di San Domenico. Avevo appena pubblicato Rosa Alchemica, un’operucciola sugli Alchimisti, alla maniera di Sir Thomas Brown, e avevo ricevuto molte lettere di fedeli delle scienze occulte, che mi rimproveravano – così la definivano – la mia timidezza, non riuscendo a credere che una simpatia tanto palese fosse solo la preferenza dell’artista, che è fatta per metà di pietra, per tutto ciò che in ogni epoca ha fatto battere il cuore dell’uomo. Poco dopo aver iniziato le mie ricerche avevo scoperto che la loro dottrina non era solo una chimerica fantasia chimica, ma una filosofia che applicavano al mondo, gli elementi e all’uomo stesso, e che il loro tentativo di ricavare l’oro dai metalli vile non era che parte della trasformazione universale di tutte le cose in una sostanza divina e imperitura, e ciò mi aveva consentito di fare del mio libricino una sognante fantasticheria sulla trasmutazione della vita in arte, e un grido d’immenso desiderio per un mondo fatto interamente d’essenze. Me ne stavo seduto a fantasticare su quanto avevo scritto a casa mia, in uno dei vecchi quartieri di Dublino, una cosa che i miei antenati avevano reso quasi celebre grazie alla loro partecipazione ala vita politica della città e all’amicizia, che li legava alle celebrità della loro generazione, e mi sentivo insolitamente felice per aver finalmente realizzato un progetto a lungo accarezzato, e trasformato le mie stanze in un’espressione della dottrina da me prediletta. I ritratti, che avevano più valore storico che artistico, erano scomparsi; e arazzi, pieni del blu e del bronzo dei pavoni, ricadevano a coprire le porte, e chiudevano fuori tutto quanto, nella storia come nell’agire umano, non avesse il segno della bellezza e della serenità, ed ora, guardando il mio Crivelli e soffermandomi sulla rosa in mano alla Vergine, la cui forma era così delicata e precisa da sembrar più un pensiero che non un fiore, o il mio Piero della Francesca, così pieno di spirituale stupore, provavo un’estasi cristiana ma senz’essere schiavo, come il cristiano, di legge e consuetudine. Soffermandomi su antiche divinità bronzee, Dei e Dee, che avevano acquistato ipotecando la mia casa, provavo tutto il godimento di un pagano per ogni varietà di bellezza, ma senza le paure del pagano teorizzato da un destino insonne e affaccendato in gravosi sacrifici; e mi bastava accostarmi alla mia libreria, con i suoi libri tutti rilegati in pelle, ormai da fregi complicati, e dai colori accuratamente scelti; Skakespeare rilegato nell’arancione della magnificenza mondana, Dante nel rosso cupo della sua ira, Milton nel grigio azzurro della sua compostezza formale, per conoscere delle passioni umane quanto desideravo conoscere senza gustarne l’amarezza e senza nausearmene. Mi ero circondato di dei perché non credevo in alcun dio, e sperimentavo ogni piacere perché non mi davo a piacere alcuno, ma mi tenevo in disparte, individuo, indissolubile, specchio di levigato acciaio. Guardavo nel trionfo di tali fantasie gli uccelli di Era, scintillanti nella luce del fuoco come mosaici bizantini; e il mio pensiero, per questo il simbolismo era una necessità, ne faceva i guardiani messi a custodia delle porte del mio mondo, che impedivano l’ingresso a tutto ciò che non fosse, come loro, fiorente di bellezza; e per un attimo pensai, come avevo già pensato tante altre volte, che fosse possibile spogliare la vita d’ogni amarezza all’infuori dell’amarezza della morte; e allora un pensiero che sempre e ogni volta succedeva a quell’altro pensiero mi riempì di un dolore appassionato. Tutte quelle forme: quella Madonna con la sua meditabonda purezza, quegli spirituali volti felici nella luce del mattino, quelle divinità di bronzo colla loro impassibile dignità, quelle figure selvagge che precipitavano di disperazione in disperazione, appartenevano a un mondo divino da cui ero escluso, ed ogni esperienza, per profonda che fosse, ogni percezione, per squisita che fosse, m’avrebbe recato l’amaro sogno di un’energia infinita che non avrei mai potuto conoscere, e anche nel mio movimento più perfetto sarei stato diviso, e uno dei miei due lo avrebbero guardato con occhio grave il momento di gioia dell’altro. Avevo ammucchiato, intorno a me, l’oro nato nei crogiuoli altrui, ma, la realizzazione del sogno supremo dell’alchimista, la trasmutazione del cuore stanco in spirito instancabile, era ancora lontana, per me, come lo era stata, certamente per lui. Mi misi al lavoro col mio acquisito più recente, un insieme di apparecchiature alchimistiche che non mi aveva assicurato il commerciante di Rue Le Peletier, erano appartenute, un tempo, a Raimondo Lullo, e, mentre collegavo l’alambicco all’athanor e collocavo, accanto a loro, il lavacrum maris capii la teoria alchimistica, secondo cui tutti gli esseri, separati dal grande abisso, ove vagano gli spiriti, in gran moltitudine pur essendo un unico spirito,sono stanchi, en nell’orgoglio del mio sapere iniziatici, mi sentii in comunione con gli alchimisti, consumati di una sete di distruzione che li induceva a celare, sotto il velame, i simboli del leone e del drago, della aquila e del corvo, della rugiada e del nitro, la ricerca di un’essenza che avrebbe dissolto ogni cosa mortale. Mi ripetei la nona chiave di Basilio Valentino, là dove paragona il fuoco del giorno del Giudizio al fuoco dell’alchimista, e il mondo al fornello dell’alchimista, e vorrebbe farci capire che non tutto deve dissolversi prima che la sostanza divina, oro materiale od estasi immateriale che sia, si risvegli. Io, invero, avevo dissolto il mondo mortale e vivevo in mezzo ad essere immortali, ma non avevo raggiunto nessun’estasi miracolosa. Mentre ero immerso in questi pensieri, scostai le tende e guardai fuori nel buio, ed, alla mia fantasia turbata tutti quei puntini di luce che riempivano il cielo parvero i fornelli di innumerevoli alchimisti divini, che lavorassero continuamente a trasformare il piombo in oro, la stanchezza in estasi, i corpi in anime, la tenebra in Dio; e di fronte alla loro opera perfetta avvertii il peso della mia condizione di mortale, ed invocai, a gran voce, come tanti altri sognatori e letterati, di questa nostra età, hanno invocato, la nascita di quella raffinata bellezza spirituale che sola potrebbe salvare le anime gravate da tanti sogni. Il mio fantasticare fu interrotto da qualcuno che bussava forte alla porta, la qualcosa mi stupì assai perché non aspettavo visite ed avevo ingiunto, ai miei domestici, di fare ogni cosa silenziosamente, per non infrangere il sogno di una vita quasi segreta. Ero alquanto curioso, ed, avendo deciso di andare io stesso, ad aprire, presi un candeliere d’argento, dalla mensola del caminetto e, cominciai a scendere le scale. Sembrava che i domestici fossero usciti perché, sebbene il rumore dei colpi sgorgasse attraverso ogni angolo e fessura della casa, nessuno si muoveva nelle stanze di sotto. Mi ricordai che, essendo le mie esigenze tanto poche, essi, avevano preso l’abitudine di andare e venire, a loro comodo, lasciandomi, spesso, solo per ore. Fui sopraffatto dall’improvviso vuoto, e dal silenzio di un mondo da cui avevo scacciato tutto, tranne i sogni, e, mentre tiravo il catenaccio tremavo. Mi trovai dinanzi Michael Robartes, che non vedevo più da anni: i capelli rossi arruffati, l’occhio fiero, le labbra frementi e sensitive e gli abiti grossolani lo facevano somigliare, proprio come quindici anni addietro, ad un incrocio tra un debosciato, un santo ed un contadino. Era in Irlanda da poco, disse, e voleva vedermi per una faccenda importante: in verità, l’unica faccenda importante, per lui e per me. La sua voce mi rievocava gli anni in cui eravamo stati studenti a Parigi, e, ricordando la forza magnetica, con cui mi dominava allora, ebbi un poco di paura. Ero, soprattutto, seccato per quella visita indesiderata ed inopportuna, perciò, le feci strada precedendolo su per lo scalone, dov’era passato Swift, scherzando e motteggiando, e Curran raccontando storie e citando, in greco, in giorni più semplici, prima che la mente umana, resa più sottile e più complicata dall’arte e dalla letteratura romantiche, cominciasse a fremere sui confini di qualche rivelazione inaspettata. Sentii che mi tremava la mano, e, vidi che la luce della candela vacillava, più del dovuto, sugli dei e sulle ninfe di cui uno stuccatore italiano, del Settecento, aveva ornato il muro, facendoli sembrare essere primordiali che stessero, lentamente, prendendo forma nel buio vuoto ed informe. Quando la porta della stanza si fu chiusa, e la tenda con i pavoni ricadde tra noi ed il mondo, ebbi, ma senza capire come, la sensazione che stava per succedere qualcosa di inatteso e di singolare. Andai verso il caminetto, ed essendomi accorto che un piccolo turibolo di bronzo, senza catenelle, su cui erano state montate, all’esterno, delle porcellane dipinte da Orazio Fontana, e, che io avevo riempito di antichi amuleti, si era rovesciato spargendo intorno al suo contenuto, cominciai a raccogliere gli amuleti ed a rimetterli a posto, sia per riordinare i miei pensieri sia per l’abituale riverenza con cui ritenevo doveroso trattare degli oggetti, da tanto tempo, collegati a segrete speranze e timori. “Vedo – disse Michael Robartes – che l’incenso ti piace ancora, e posso mostrarti un incenso più prezioso che qualsiasi altro tu non abbia mai visto”, e così dicendo mi prese il turibolo di mano e ammucchiò gli amuleti tra l’athanor e l’alambicco. Mi sedetti, ed egli si sedette accanto al fuoco, e rimase seduto per un po’ a guardare dentro il fuoco, col turibolo in mano. “Sono venuto per domandarti una cosa – disse e quest’incenso impregnerà la stanza, e i nostri pensieri, del suo dolce profumo mentre parliamo. Viene dalla Siria, e me lo ha dato un vecchio, il quale mi ha assicurato che è fatto con dei lini che appartengono alla stessa famiglia dei fiori che nel Giardino del Getzemani coprirono con i loro pesanti petali purpurei le mani i capelli e i piedi di Cristo, e lo avvolsero nel loro alito pesante, finché non diede un grido, lamentando la croce e il Suo destino”.Da un sacchetto di seta vuoto un po’ di polvere nel turibolo, mise il turibolo sul pavimento e accese la polvere, da cui si levò un fiotto di fumo azzurrognolo, che si allargò sul soffitto e ridiscese in basso, come il fico della Bengala di cui parla Milton. L’incenso mi fece l’effetto consueto, e mi sentii invadere da una leggera sonnolenza, tanto da sobbalzare quando Robartes disse, “sono venuto a farti quella domanda che ti ho già fatto a Parigi. Preferisce lasciare Parigi piuttosto di rispondere”.Avevo volto gli occhi verso di me, e li vedevo scintillare ala luce del fuoco attraverso la nuvola d’incenso, mentre rispondevo: “vuoi sapere, cioè, se intendo diventare un adepto del tuo Ordine della Rosa Alchimistica? Mi sono rifiutato a Parigi, quand’ero pieno di desideri insoddisfatti, e dovrei acconsentire adesso che finalmente ho plasmato la mia vita secondo i miei desideri?”. “Da allora sei molto cambiato – rispose. – Ho letto i tuoi libri, e adesso ti vedo in mezzo a tutte queste immagini, e ti capisco meglio di quanto non ti capisca tu stesso, perché sono stato a fianco di tanti e tanti sognatori che si sono trovati davanti allo stesso bivio. Hai chiuso il mondo fuori della porta e hai radunato gli dei intorno a te, e, se non ti getterai ai loro piedi, sarai sempre apatico, e di vacillante proposito, perché l’uomo deve dimenticare la propria infelicità tra la confusione e il rumore della moltitudine nel mondo e nel tempo; oppure cercare di unirsi misticamente alla moltitudine del governo il mondo e il tempo”. Lui mormorò qualcosa che non riuscì a sentire, come se si rivolgesse a qualcuno invisibile ai miei occhi. Per un attimo mi parve che la stanza diventasse buia, come accadeva in passato quando stava per prodursi in qualche curioso esperimento, e nel buio i pavoni sulla porta sembravano ardere di un colore più intenso e luminescente. Mi sottrassi a quell’illusione che era, credevo, solo un effetto della memoria e della foschia prodotta dall’incenso. Non volevo ammettere che fosse in grado di soggiogare il mio intelletto ormai maturo, e dissi, “Anche ammettendo che io abbia bisogno di una fede spirituale e di qualche forma di culto, perché mai dovrei recarmi ad Eleusi invece che ai piedi del Calvario?”. Egli si piegò verso di me e cominciò a recitare una specie di cantilena ritmica; e mentre parlava dovetti nuovamente lottare con l’ombra, come di una notte più antica della notte del sole, che cominciava a velare la luce delle candele e a inghiottire i minuti riflessi luccicanti sugli angoli delle cornici e sulle divinità di bronzo, e a volgere l’azzurro dell’incenso in un violetto carico: mentre non spegneva lo scintillio e la luminescenza dei pavoni, come se ogni singolo colore fosse uno spirito vivente. Ero caduto in un profondo sogno ad occhi aperti in cui sentivo la sua voce venire come da lontano. “E tuttavia non c’è nessuno che sia in comunione esclusivamente con un solo dio – diceva – e più l’uomo vive nella fantasia, e più affina l’intelletto, più sono gli dei con cui s’incontra e parla, e più soggiace all’influsso di Orlando che a Roncisvalle diede fiato per l’ultima volta alla tomba dei voleri e dei piaceri del corpo; e di Amleto che li vide corrompersi e svanire, ruppe in singhiozzi, e di Faust, che li cercò in un lungo e in largo per il mondo e non riuscì a trovarli; e all’influsso delle innumerevoli divinità che si sono incarnate in corpi spirituali nella mente dei poeti e dei narratori moderni, e all’influsso delle antiche divinità, che dal Rinascimento in poi hanno ricevuto tutto dei loro antichi culti, tranne il sacrificio d’uccelli e pesci, la fragranza delle ghirlande e il fumo dell’incenso. I più credono che siano stati gli uomini a fare queste divinità, e che possono di nuovo disfarle; ma noi che le abbiamo viste passare in sferraglianti armature, e in lunghe morbide tuniche, e le abbiamo sentito parlare con voce chiara mentre giacevano, come morti, in trance, sappiamo che sono loro a fare e disfare l’umanità, la quale in verità altro non è se non il fremito delle loro labbra”.Si era alzato e aveva preso a camminare avanti e indietro, e nel suo sogno ad occhi aperti era diventato una spola che tesseva un’immensa trama purpurea le cui pieghe andavano riempiendo la stanza. Sembrava che la stanza fosse diventata inspiegabilmente silenziosa, come se al mondo fosse cessata ogni cosa tranne quel tessere e il crescente di quella tela. “Essi ci hanno visitati; essi ci hanno visitati – riprese la voce – e c’erano tutti: tutti coloro che ti sei imbattuto nei libri, tutti coloro che hanno popolato le tue fantasie. Ecco Lear; il capo ancora bagnato dalla bufera, e ride, perché tu ti credevi esistente e lui solo un’ombra, mentre l’ombra sei tu, e lui un dio immortale, ecco Beatrice, con le labbra appena schiuse in un sorriso, come se tutte le stelle stessero per spegnersi in un sospiro d’amore; ecco la madre di Dio dell’umiltà, di Colui che ha ammaliato gli uomini a tal punto che essi hanno cercato di spopolare il loro cuore perché Egli potesse regnarvi da solo: ma la madre Sua ha in mano una rosa ogni cui petalo è un dio; ed ecco, oh; rapida giunge! Afrodite in un crepuscolo che cade dalle ali di innumerevoli passeri, e intorno ai suoi piedi stan le colombe, bianche e cinerine”.Sempre in preda al sogno lo vidi allungare il braccio sinistro e passarvi sopra la mano destra come se accarezzasse le ali di una colomba. Feci unno sforzo tremendo, e mi parve quasi di spezzarmi in due, e dissi con decisione sforzata, “Tu vorresti travolgermi e trascinarmi in un mondo indefinito che mi riempie di terrore, invece la grandezza di un uomo sta nella capacità di crearsi una mente che rifletta ogni cosa con l’indifferente precisione di uno specchio”. Mi pareva d’essere rientrato in pieno possesso delle mie facoltà, e continuai, ma più in fretta, “Ti ordino di lasciarmi immediatamente, perché le tue idee e le tue fantasie altro non sono se non illusioni che s’insinuano come vermi nella civiltà in declino, e nelle menti in decadenza”. Mi era nata dentro una rabbia improvvisa e, afferrato l’alambicco dal tavolo, stavo per alzarmi e colpirlo, quando mi parve che i pavoni sulla porta alle sue spalle crescessero a dismisura, immensi; e poi l’alambicco mi cadde di mano e fui sommerso da una marea di penne verdi e blu e bronzee, e mentre lottavo disperatamente udii in lontananza una voce che diceva, “Il nostro maestro Avicenna ha scritto che ogni forma di vita procede dalla corruzione”.Ormai le penne scintillanti m’avevano coperto completamente, e capii d’aver lottato per centinaia d’anni, e finalmente fui vinto. Mentre sprofondavo nell’abisso il grigio e il blu e il bronzo che sembravano riempire il mondo diventarono un mare di fiamme e mi travolsero, e nel turbine che mi trascinava udii sul mio capo una voce gridare, “Lo specchio si è rotto in due pezzi”, e un’altre voce rispondere, “Lo specchio si è rotto in quattro pezzi”, e una voce più lontana gridare con grido esultante, “Lo specchio si è rotto in innumerevoli pezzettini”; e poi una moltitudine di pallide mani si protese verso di me, e visi dolci e strani si chinarono su di me, e voci tra il lamentoso e il carezzevole mi dicevano parole che dimenticavo nell’attimo stesso in cui erano pronunciate. Ero tratto fuori da quella marea di fiamma, e sentivo liquefarsi i miei ricordi, le mie speranze, i miei pensieri, la mia volontà, ogni cosa che io ritenevo essere me stesso; poi mi parve di salire passando attraverso innumerevoli congreghe di esseri che erano, m’era dato di capire, in un modo più certo del pensiero, ciascuno sviluppato nel proprio attimo eterno, nel perfetto sollevar di un braccio, in un cerchio di parole ritmiche in un sogno a palpebre socchiusa ad occhi appannati. E poi passa oltre queste forme, che erano tanto belle di aver quasi cessato di essere, e, dopo aver sofferto strani stati d’animo, malinconici, così pareva, per essere gravati dal peso di molti mondi, entrai in quella Morte che è la Bellezza stessa, e nella Solitudine che tutte quelle moltitudini incessantemente desiderano. Mi parve per tutte le cose che avessero mai avuto vita entrassero a stabilirsi nel mio cuore, e io nel loro; e non avrei più conosciutone morte né lacrime, se non fossi improvvisamente precipitato dalla certezza della visione nell’incertezza del sogno, e diventato una goccia d’oro fuso che cadeva a velocità smisurata attraverso una notte trapuntata di stelle, e tutt’intorno a me un gemito malinconico ed esultante. Caddi e caddi e caddi, e poi il gemito fu solo più il gemito del vento nel cammino, e mi svegliai per ritrovarmi appoggiato al tavolo, la testa tra la mani. Vidi l’alambicco che oscillava da una parte all’altra nel lontano angolo in cui ero rotolato, e Michael Robartes che mi guardava, nell’attesa. “Verrò con te dovunque tu voglia – dissi – e farò qualsiasi cosa tu mi chieda, perché sono stato tra le cose eterne”.”Ho capito – replicò – che dovrei necessariamente rispondere come hai risposto, quando ho udito lo scoppio della tempesta. Devi venire molto lontano, perché c’è stato ordinato di costruire il nostro tempio tra la pura moltitudine presso le onde e l’impura moltitudine degli uomini”.Mentre attraversavano in carrozza le strade deserte non pronunciai parola. La mia mente si era stranamente svuotata dalle impressioni e dei pensieri consueti, quasi che fosse stata strappata al mondo definito e gettata nuda su un mare sconfinato. A tratti mi sembrava che la visione sesse per ricominciare, e ricordavo vagamente, in un’estasi di gaudio o di dolore, delitti ed atti eroici, fortune sfortune, o cominciavo a contemplare, col cuore che mi balzava improvvisamente in petto, speranze e terrori, desideri e ambizioni, estranei alla mia vita meticolosa e ordinata; e poi mi svegliavo tremante al pensiero che un essere grande e imponderabile aveva attraversato come un turbine la mia mente. Ci vollero, invero, giorni prima che questa sensazione scomparisse del tutto, e anche ora, che ho cercato rifugio nell’unica fede certa, sono molto tollerante nei confronti di quelle personalità incoerenti che si radunano nei templi e nei ritrovi di certe sette, poiché anch’io ho sperimentato il dissolversi di ferme abitudine e principi di fronte a una forma che, forse, era bysterica passio o pura follia, ma in ogni caso tanto potevate nella sua malinconica esultanza di farmi tremare al pensiero che potrebbe risvegliarsi di nuovo e strapparmi a quella pace che ho da poco ritrovata. Quando, nel diffuso grigiore, arrivammo alla grande stazione semivuota, mi parve di aver subito un tale cambiamento di non esser più, com’è l’uomo, un attimo che rabbrividisce al cospetto dell’eternità, ma l’eternità che piange e ride sulla sorte di un attimo, e quando fummo partiti e Michael Robartes si fu addormentato, cosa che fece quasi subito, il suo viso dormiente, su cui non v’era traccia di ciò che mi aveva sconvolto e mi teneva desto, parve alla mia mente eccitata più una maschera che un volto. Mi ossessionava l’idea che l’uomo dietro quella maschera si fosse sciolto come sale nell’acqua, e che le sue risate e i suoi sospiri, le sue preghiere e le sue accuse, fossero l’esecuzione di ordini impartiti da esseri superiori o inferiori all’uomo. “Costui non è affatto Michael Robartes è morto, da dieci, forse da vent’anni”, continuavo a ripetermi. Alla fine caddi in preda a un sonno febbrile, da cui mi risvegliavo di tanto in tanto mentre sfrecciavano attraverso qualche cittadina dai tetti d’ardesia lucidi di pioggia, o lungo qualche lago tranquillo e scintillante nella fredda luce del mattino. Per la troppa preoccupazione non avevo domandato dov’eravamo diretti, né aveva badato ai biglietti acquistati da Robartes, ma capivo dalla direzione del sole che stavamo andando verso occidente; e in breve m’accorsi anche, dalla fuga degli alberi che sempre più simili a mendicanti stracciati correvano verso oriente a capo chino, che ci stavamo avvicinando alla costa occidentale. Poi, d’improvviso, vidi alla mia sinistra, tra le colline basse, il mare, di un grigio monotono rotto di macchie e strisce bianche. Quando scendemmo dal treno seppi che ci restava ancora un tratto di strada da fare, e ci mettemmo in cammino, stringendoci col cappotto, perché il vento era forte e tagliente. Michael Robartes taceva, come se fosse ansioso di lasciarmi ai miei pensieri; e mentre camminavamo tra il mare e il fianco roccioso di un gran promontorio, mi resi conto con nuova e perfetta lucidità del trauma subito da ogni mio modo di pensare e di sentire, sempre che non fosse, addirittura, intervenuto qualche misteriosa modificazione nella sostanza della mia mente, che quelle onde grigie, con i loro pennacchi di spruzzi e di spume, erano entrate a far parte di una mia brulicante e fantastica vita interiore; e quando Michel Robartes m’indicò una casa squadrata all’aria antica, al riparo della quale sorgeva un altro edificio più piccolo e più recente, proprio in fondo ad un molo in rovina e quasi deserto, e assicurò che era il Tempio della Rosa Alchimistica, mi sorpresi a fantasticare che il mare, che lo copriva di continuo con una pioggia di spume bianche, lo reclamasse come parte di una vita indefinita e appassionata, che aveva iniziato a muover guerra ai nostri giorni meticolosi e ordinati, e stava per piombare il mondo in una notte oscura come quella che seguì alla caduta del mondo classico. Una parte della mia mente si faceva beffe di questo terrore fantastico, ma l’altra, la parte che era ancora semisommersa nella visione, ascoltava il fragore d’eserciti sconosciuti che si scontravano, e rabbrividiva di fronte ad immaginabili fanatismi, minacciosamente perdenti in quelle onde grigie che balzavano sul molo. C’eravamo appena incamminati lungo di esso che c’imbattemmo in un vecchio, il quale era evidentemente un guardiano, poiché se ne stava seduto in un barile capovolto, vicino ad una breccia del molo che era stata da poco riparata dai muratori,davanti a un fuoco come quelli che si vedevano appesi sotto i carri dei calderai ambulanti. Vidi che era anche molto devoto, perché da un chiodo sull’orlo della botte pendeva un rosario, e a quella vista rabbrividii, e non capii perché rabbrividivo. Gli passammo accanto, ma non facemmo in tempo a percorrere pochi metri che lo udii gridare, in gaelico: “Idolatri, idolatri, andate all’inferno, così le arringhe torneranno in questa baia”, e, per qualche attimo lo udii un po’ gridare ed un po’ borbottare alle nostre spalle. “Non ha paura – domandai – che questa gente primitiva, questi pescatori, compiano qualche gesto disperato contro di voi?”. “A me ed ai miei – rispose – gli uomini non possono fare del male ne portare aiuto, poiché ci siamo incorporati con gli spiriti immortali, e, la nostra mente sarà il coronamento dell’opera suprema. Tempo verrà, anche per questa gente, e, sacrificheranno un cefalo ad Artemide, o qualche altro pesce a qualche nuova divinità, salvo che gli dei, della loro stessa stirpe, non riedificheranno i loro templi di pietra grigia. Il loro regno non è mai tramontato, ma è solo un po’ scemato il suo potere, perché i Sidhe passano ancora in ogni vento, e danzano e giocano, a hurley, ma non possono ricostruire i loro templi fin che non ci saranno stati martiri e vittorie, e forse anche quella battaglia, da gran tempo vaticinata, nella Valle del Maiale Nero”. Tenendoci accosto al muro che correva intorno al molo, dalla parte del mare, per ripararci dal vento e dal turbinare delle spume, che rischiavano di farci perdere l’equilibrio, ci dirigemmo, in silenzio, verso la porta dell’edificio quadrato. Michael Robartes la aprì con una chiave segnata dalla ruggine, di molti venti salsi, e mi guidò per un corridoio spoglio e su per una scala senza guida fino ad una stanzetta dalle pareti tappezzate di libri. Mi avrebbero portato da mangiare, ma solo frutta, perché dovevo sottopormi ad un moderato digiuno prima della cerimonia, spiegò, ed insieme al cibo un libro sulla dottrina e sul metodo dell’Ordine, su cui dovevo consumare quanto restava della luce di quella giornata invernale. Poi mi lasciò, promettendomi di tornare un’ora prima della cerimonia. Cominciai a frugare tra gli scaffali, e scoprii una delle più ricche biblioteche alchimistiche che avessi mai visto. C’erano le opere di Morienus, che nascondeva il suo corpo immortale sotto una camicia di crine; di Avicenna che, pur essendo un ubriacone, comandava innumerevoli legioni di spiriti; di Alfarabi, che metteva tanti spiriti nel suo liuto che poteva far ridere la gente, o farla piangere o cadere in una trance simile alla morte, a piacimento; di Lullo, che si trasformava in un gallo rosso; di Flamel, che con sua moglie Pernella riuscì a fabbricare l’elisir di lunga vita molti secoli fa, di cui si favoleggia che vive ancora in Arabia in mezzo ai dervisci; e di molti altri meno noti. C’erano pochissimi testi di mistica, che non fossero di mistici alchimisti, che i mistici puri, n’ero certo, essendo per la maggior parte devoti ad un solo dio, erano stati scartati da Robartes, il quale riteneva che da ciò derivasse inevitabilmente un senso limitato della bellezza, ma notai una collezione completa di facsimili degli scritti profetici di William Blake, scelto probabilmente per le moltitudini che affollavano le sue visioni ed erano “come i pesci felici nelle onde quando la luna succhia a sé le rugiade”. Notai anche la presenza di molti poeti e prosatori di ogni epoca, ma solo quelli che erano un pò stanchi della vita, come invero i più grandi lo sono stati dovunque, e che ci gettavano la loro fantasia, come se non n’avessero più bisogno adesso che salivano in alto sui loro carri di fuoco. Di lì a poco udii bussare ala porta, ed entrò una donna e posò un po’ di frutta sul tavolo. Si capiva che un tempo era stata bella,ma aveva le guance scavate da qualcosa che avrei giudicato, se l’avessi vista altrove, turbamento della carne e sete di piacere, mentre si trattava certamente di turbamento della fantasia e di sete di bellezza. Le feci qualche domanda riguarda alla cerimonia, ma non ottenendo altra risposta che uno scotimento del capo, capii che dovevo aspettare l’iniziazione in silenzio. Quand’ebbi mangiato ritornò, e, messa sul tavolo una scatola di bronzo cesellato in modo strano, accese le candele, e portò via i piatti e gli avanzi. Appena fu solo rivolsi la mia attenzione alla scatola, e vidi che i pavoni di Era allargavano la coda sulle pareti e sul coperchio, su uno sfondo lavorato a grandi stelle, come ad affermare che i cieli partecipavano del loro splendore. Nella scatola c’era un libro rilegato in pergamena, e sulla pergamena era impresso, in oro e colori delicatissimi, il simbolo della Rosa Alchimistica, contro di cui erano puntate molte lance, ma invano, che le punte di quelle più vicine ai petali erano spezzate. Il libro era scritto su pergamena, e a belle e chiare lettere, frammischiate con figure simboliche e miniature nello stile dello Splendor Solis. Il primo capitolo raccontava come sei studiosi di origine celtica, essendosi dedicati ciascuno per proprio conto allo studio dell’alchimia, avevano svelato, rispettivamente, il mistero del Pellicano, il mistero del Gran Drago, il mistero dell’Aquila, e quello del Sale e del Mercurio. Una serie di circostanze apparentemente fortuite, ma che erano, secondo il libro, una macchinazione di potenza soprannaturale, li fece incontrare nel giardino di una locanda del Sud della Francia, e mentre discorrevano insieme li colpì l’idea che l’alchimia fosse la distillazione graduale dei contenuti dell’anima, fino a che non fossero pronti a spogliarsi della mortale per rivestirsi dell’immortale. Passò una civetta; frusciando tra i pampini sopra il loro capo, e poi venne una vecchia, appoggiandosi ad un bastone, e, sedutasi accanto a loro, riprese l’idea da dove l’avevano lasciata cadere. Dopo aver spiegato il principio essenziale dell’alchimia spirituale, e aver ingiunto loro di fondare l’Ordine della Rosa Alchimistica, scomparve di tra in mezzo a loro, e quando vollero seguirla non riuscirono più a vederla. Si costituirono in un Ordine, mettendo i loro beni e svolgendo le loro ricerche in comune, e, man mano che si perfezionavano nella dottrina alchimistica, apparizioni andavano e venivano in mezzo a loro, e da esse apprendevano misteri sempre più meravigliosi.. Il libro procedeva quindi ad esporre la parte che era lecito rivelare ad un neofito, dilungandosi alquanto all’inizio sulla realtà indipendente dei nostri pensieri: dottrina, questa, dichiarava, che era la fonte di ogni vera dottrina. Se si immaginano, diceva le sembianze di essere vivente, un’anima vagante se ne impossesserà immediatamente, e se ne andrà in giro a fare il bene e il male, fino al momento della sua morte e citava molti esempi, forniti, diceva, da molti dei. Eros aveva insegnato loro a plasmare delle forme in cui un’anima divina poteva dimorare e sussurrare ciò che voleva nelle menti dormienti, e Ate, delle forme da cui esseri demoniaci potevano versare la follia, o sogni inquieti, nel sangue dormiente, ed Ermes, che si immaginava intensamente un cane accanto al letto esso resterà lì a far la guardia fino al nostro risveglio, e caccerà via tutti i demoni tranne i più potenti, ma se le si immagina debolmente, anche il cane sarà debole, e i demoni prevarranno, e il cane morirà ben presto, e Afrodite, che si crea, con la forza della fantasia, una colomba incoronata d’argento e le si ordina di frullare le ali sopra il nostro capo, il suo soave tubare chiamerà a raccolta dolce sogni d’amore immortale ad aleggiare a fronte sul nostro sonno mortale; e tutte le divinità avevano parimenti rivelato loro, tra molte ammonizioni e lamenti, per tutte le menti generano e amano continuamente esseri del genere, che producono solite o malanni, felicità o follia. Chi voglia dar forma alle potenze maligne, continuava il libro, deve farle brutte, il labbro sporgente ed avido di vita, o romper le proporzioni di un corpo con i giovani della vita; ma le potenze divine vogliono apparire solo in belle forme, in forme che escano, se così si può dire, tremule, dall’esistenza, per avvilupparsi in un’estasi senza tempo e lasciarsi trasportare, ad occhi socchiusi, in una quiete sonnolenta. Le anime incorporee, che scendono a dimorare in queste forme, sono chiamate umori degli uomini; ed ogni grande cambiamento che accadi, nel mondo, è opera loro, perché come il mago o l’artista possono evocarle a piacimento, così esse, a loro volta, possono evocare, e far sorgere, dalla mente del mago o dell’artista, o da quella del pazzo o dell’uomo turpe, se sono demoni, qualsiasi forma vogliono, ed esprimersi attraversala sua voce ed i suoi gesti, e riversarli nel mondo. Cos’ si compirono tutti i grandi eventi: un umore, una divinità od un demone, scesi dapprima, come un debole sussurro, nelle menti degli uomini, ne modificarono, poi i pensieri, e le azioni fin che i capelli, che erano biondi, diventarono corvini, o, capelli, che erano corvini, diventarono biondi, ed imperi mossero i loro confini, come se fossero foglie portate dal vento. Il resto del libro conteneva i simboli di forme e suoni, e colori, e le loro rispettive attribuzioni a divinità e demoni, affinché l’iniziato imparasse a plasmare una forma per ogni divinità ed ogni demone, e fosse potente, come Avicenna, tra coloro che vivono sotto le radici del riso e del pianto. Un paio d’ore dopo il tramonto Michael Robartes ritornò ed affermò che avrei dovuto imparare i passi di una danza antichissima, poiché, prima che la mia iniziazione fosse compiuta, avrei dovuto unirmi, tre volte, a una danza magica, poiché il ritmo era la ruota dell’Eternità, e solo su di essa si poteva spezzare il transeunte e l’accidentale, e liberare lo spirito. Vidi che i passi, abbastanza semplici, somigliavano a certe antiche danze greche, e, siccome, da giovane, ero stato un bravo ballerino, in grado di eseguire perfettamente molti curiosi passi di danza gaelici, li mandai a memoria in un batter d’occhio. Poi mi fece indossare, ed indossò anch’egli, una lunga tunica, di foggia vagamente greca o egiziana, ma di un rosso acceso che faceva pensare ad una vita più appassionata di quella della Grecia o dell’Egitto; e dopo avermi messo in mano un turibolo di bronzo, senza catenelle, lavorato in forma di rosa, opera di un artigiano moderno, mi disse di aprire una porticina di fronte alla porta di cui ero entrato. Appoggiai la mano sulla maniglia, ma, in quello stesso istante, i fumi dell’incenso, aiutati, forse, dal suo misterioso fascino, mi fecero, nuovamente, piombare in un sogno, in cui mi pareva di essere una maschera esposta sul banco di un negozietto orientale. Molte persone, la cui natura sovrumana era palese per la gran luminosità e fissata dello sguardo, entravamo e mi provavano sulla loro faccia, ma poi mi gettavano in un angolo ridendo, ma tutto ciò svanì in un attimo, perché quando mi svegliai avevo ancora la mano sulla maniglia. Aprii la porta, e mi trovai in un corridoio meraviglioso, dalle pareti coperte di mosaici del Battistero di Ravenna, ma d’una bellezza meno severa: il colore dominante di ciascuna divinità, un coloro simbolico, indubbiamente, corrispondeva a quello delle lampade, stranamente aromatiche, che prendevano il soffitto, una davanti a ogni divinità. Passai oltre, chiedendomi con indicibile stupore come avessero fatto quegli entusiasti a creare tutta quella bellezza in un lungo così fuori mano, e quasi persuaso dalla vista di tante ricchezze nascoste a credere in un’alchimia materiale; e mentre passavo il turibolo riempiva l’aria di fumi congiunti. Mi fermai dinanzi a una porta sui cui i pannelli di bronzo erano cesellate delle grandi onde nella cui ombra si profilavano vagamente volti spaventevoli. Coloro che stanno di là da essa dovevano aver udito i nostri passi, perché una voce gridò, “L’opera del Fuoco Incorruttibile è dunque compiuta?” e Michael Robartes replicò immediatamente, “L’oro perfetto è uscito dall’athmor”. La porta si spalancò, e ci trovammo in una grande stanza circolare, tra uomini e donne in abiti scarlatti che danzavano adagio. Sul soffitto c’era un mosaico una rosa immensa, e un altro mosaico correva tutt’intorno alle pareti con una battaglia tra dei ed angeli uniformemente grigi, poiché, mi sussurrò Michael Robartes, avevano rinunciato alla loro divinità, e cessato di manifestare l’individualità dei loro cuori per amore di un Dio d’umiltà e di dolore. Il tetto era sorretto da pilastri che formavano una specie di chiostro circolare, e ogni pilastro era una colonna di sagome confuse, divinità del vento, si sarebbe detto, turbinando in una danza di veemenza sovrumana, si levano a suonar flauti e cimbali; e di tra quelle sagome si protendevano mani, mani che reggevano dei turiboli. Mi fu ingiunto di deporre anche il mio turibolo in una di quelle mani e di prendere il mio posto a danzare, e mentre mi allontanavo dalle colonne per volgermi ai danzatori vidi il pavimento, di pietra verde, con in mezzo un’intarsio raffigurante un Cristo sbiadito su una croce sbiadita. Robartes, cui avevo chiesto che cosa significasse, mi rispose che volevamo “turbare la Sua unità con la moltitudine dei loro piedi”. L’ordito della danza continuava a intrecciarsi, disegnando sul pavimento come dei petali, uguali ai petali della rosa sul soffitto, e al suono dei strumenti nascosti, che erano forse d’antico modello, perché non avevano mai uditi di simili; e la danza si faceva sempre più appassionata, finché non mi parve che sotto ai nostri piedi si fossero risvegliati tutti i venti del mondo. Dopo un po’, sentendomi stanco, mi fermai sotto il pilastro a guardare l’andirivieni di quelle figure guizzante come fiamme; finché non sprofondai a poco a poco in una specie di sogno, da cui mi svegliai quando vidi i petali della grande rosa, che non sembrava più un mosaico, cadere lentamente nell’aria greve d’incenso, e, mentre cadevano, assumere la forma di esseri viventi di straordinaria bellezza. Ancor vaghi e nebulosi, si misero subito a danzare, e mentre danzavano le loro forme si facevano più chiare e definite, tanto da consentirmi di distinguere, visi greci di grande bellezza e nobili visi egiziani, e di identificare di tanto in tanto qualche divinità dalla verga che recava in mano o dall’uccello che svolazzava sopra il suo capo; e in breve ogni piede mortale danzò accanto al bianco piede di un’immortale; e negli occhi turbati che fissavano occhi imperturbabili e umbratili vidi lo splendore del desiderio supremo, come se avessero finalmente trovato, dopo incalcolabile peregrinare, il perduto amore della loro giovinezza. Vedevo a tratti, ma solo per un attimo, una figura fievole e solitaria dal volto velato che, una fievole fiaccola nella mano, guizzava in mezzo ai danzatori, ma come un sogno in un sogno, come l’ombra di un’ombra, e capii per mezzo di una facoltà intellettuale che attingeva a una fonte più profonda del pensiero, che si trattava di Eros, e che il mio volto era velato perché dai primordi del mondo nessuno, uomo o donna , ha mai saputo cosa sia l’Amore, né lo ha mai guardato negli occhi, perché di tutti gli dei, Eros è il solo che sia completamente spirituale, e quando vuol entrare in comunione con un cuore mortale si nasconde dentro passioni la cui essenza è diversa dalla sua. Sicché, se un uomo ama nobilmente, conosce l’Amore attraverso la compassione illimitata; se ignobilmente, attraverso la gelosia violenta, l’odio repentino, il desiderio inestinguibile; ma l’Amore senza veli non potrà mai conoscerlo: Mentre ero immerso in questi pensieri, una voce che veniva dalle figure scarlatte mi gridò, “Unisciti alla danza! Nessuno può restarne fuori; unisciti alla danza!; unisciti alla danza! Affinché gli dei possono farsi un corpo con la sostanza dei nostri cuori”, e, prima che potessi rispondere, una misteriosa ondata di passione, che sembrava l’anima della danza che si muoveva nelle nostre anime, si impadronì di me e fui trascinato, né riluttantenè consenziente, in mezzo ai danzatori. Danzano con una donna dall’aspetto maestoso, un’immortale che aveva gigli neri nei capelli e il suo portamento sognante sembrava carico di una saggezza più profonda della tenebra che c’è tra stella e stella, e di un amore simile all’amore che spirò sulle acque; e mentre danzavano e danzavano e danzavano l’incenso ci copriva e ci avvolgeva, come a nasconderci dentro il cuore del mondo, e sembrava che i secoli passassero, e nelle pieghe delle nostre vesti e nei suoi folti capelli scoppiassero tempeste che poi si placavano. Improvvisamente mi ricordai che le sue palpebre non avevano mai dato un battito, e che neanche un petalo dei suoi gigli neri era caduto, e compresi con un fremito d’orrore che avevo danzato con una creatura che era superiore o inferiore alle creature umane, e che stava bevendosi l’anima fino in fondo, così come un bue prosciuga una pozza d’acqua sul margine della strada: e caddi, e piombai nella tenebra. Mi svegliai improvvisamente come se mi avesse risvegliato qualcosa, e vidi che giacevo su di un pavimento dipinto in modo grossolano, che sul soffitto, piuttosto basso, c’era una rosa dipinta grossolanamente, e i muri all’intorno erano coperti di affreschi non finiti. I pilastri e i turiboli erano scomparsi; e accanto a me c’erano una ventina di dormienti avvolti in lunghe vesti in disordine, i cui volti girati all’insù mi parevano vuote maschere, e su di loro risplendeva un’alba gelida che penetrava da una finestra oblunga che prima non avevo notato; e fuori il mare muggiva. Vidi Michael Robartes che giaceva un po’ più in là con accanto una ciotola di bronzo lavorato: era rovesciata e sembrava che avesse contenuto dell’incenso. Mentre me ne stavo così seduto per terra, udii all’improvviso un tumultuare di voci furenti d’uomini e donne che si mescolavano col muggito del mare, e balzando in piedi andai in fretta da Michael Robartes e lo scossi per svegliarlo. Poi lo afferrai per le spalle e cercai di sollevarlo, ma ricadde all’indietro, ed emise un flebile sospiro. Le voci si stavano facendo sempre più forti e furenti; e si sentiva un rumore di colpi violenti contro la porta che dava sul molo. Quando udii il rumore del legno che si spaccava, e capii che stava cedendo, corsi verso la porta della stanza. La spalancai e mi trovai in un corridoio del pavimento d’assi di legno che facevano un gran fracasso sotto i miei piedi,e nel corridoio trovai un'altra porta che dava in una cucina vuota; e mentre passavo attraverso quella porta udii due schianti uno dopo l’altro, e capii dall’improvviso scalpiccio e dalle grida che la porta che dava sul molo era stata abbattuta. Uscii di corsa dalla cucina in un cortiletto, e di li scesi per una scaletta nel fianco del molo che digradava verso il mare, e poi avanzai lungo il pelo dell’acqua cercando degli appigli con le mani, con quelle grida piene d’ira che mi risuonavano negli orecchi. Quella parte del molo era stata costruita da poco con dei blocchi di granito, e non era quindi ricoperta d’alghe; ma quando arrivai alla parte vecchia dovetti arrampicarmi fino al piano stradale per non scivolare sulle alghe verdi. Mi voltai a guardare il Tempio della Rosa Alchemica, dove i pescatori e le donne continuavano a gridare, ma un po’ più piano, e vidi che intorno alla porta e sul molo non c’era nessuno; ma mentre guardavo una piccola folla si precipitò fuori della porta e si mise a raccogliere grosse pietre da un mucchio pronto per la prossima mareggiata che facesse a pezzi il molo, quando sarebbero state posate sotto i blocchi di granito. Mentre ero fermo a osservar la folla, un vecchio, in cui mi parve di riconoscere il devoto, mi indicò col dito, e urlò qualcosa, e la folla sbiancò, perché tutte le facce si erano voltate verso di me. Mi mise a correre, e buon per me che quei rematori robusti dalle forti braccia non se la cavavano altrettanto bene nella corsa; eppure mentre correvo udivo appena lo scalpiccio dei miei inseguitori e le loro grida rabbiose, perché l’aria sopra il mio capo pareva risuonare di molte voci esultanti e lamentose che dimenticavo nell’attimo stesso in cui le udivo, come si dimentica un sogno. Anche adesso ci sono momenti in cui mi pare di udire quelle voci esultanti e lamentose, e in cui quel mondo indefinito, che è ancora padrone di una parte del mio cuore e del mio intelletto, sembra sul punto di ridurmi totalmente in suo potere; ma io porto il rosario intorno al collo, e quanto le odo, o mi pare di udirle, me lo stringo al cuore e dico, “Colui il cui nome è legione è alle nostre porte e trae in inganno il nostro intelletto con le sue sottigliezze e adula il nostro cuore con la bellezza, ma noi confidiamo soltanto in Te”, e allora la guerra che altrimenti infuria dentro di me si placa, e o pace.

DEO DUCE, COMITE FERRO

Wednesday, November 01, 2006

Napoli, «angoscia» del capo dello Stato


NAPOLI - «Sto vivendo con angoscia questi giorni, tra i peggiori per Napoli che ricordi da lungo tempo. Giorni di emergenza non solo criminale, ma ambientale, sociale e culturale». Lo afferma in una nota il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo i delitti degli ultimi giorni in Campania.