ATSPACLATESTA

Meglio delinquente che borghese

Wednesday, January 31, 2007

Los Gringos

Tuesday, January 30, 2007

STAR WARS

Monday, January 29, 2007

EXCLUSIVE: GEORGE MICHAEL ON DRUGS

George Michael

29 January 2007
EXCLUSIVE: GEORGE MICHAEL ON DRUGS
By Nicola Methven

GEORGE Michael has disclosed that cannabis keeps him "sane and happy" - while admitting it can be a "terrible, terrible drug".

The 43-year-old singer launched into an extraordinary defence of his habit in the ITV1 interview in which he openly smoked a joint before the cameras.

Inhaling deeply, he said: "This is the only drug I've ever thought worth taking but you have to wait. It never occurred to me to take even this until I was about 22 or 23.

"This stuff keeps me sane and happy. I could write without it...if I were sane and happy. I'd say it's a great drug - but obviously it's not very healthy. You can't afford to smoke it if you've got anything to do. Anything at all would be foolish."

George spoke candidly backstage before a concert in Madrid where the drug is legal. Denying he was out of control after twice being caught slumped at the wheel of his car, he told interviewer Melvyn Bragg: "I'm enjoying my life."

The gay star also confessed to being "sexually frustrated for years" as he struggled to pretend he was straight.

Puffing away, George said dope was "very good for creative people". But he added: "It can be a terrible, terrible drug.

"You've got to be in the right position in life to take it. You've got to have achieved most of your ambitions because it chills you out to such a degree you could lose your ambitions."

He admitted he had dabbled with other drugs - and regretted all of them except cannabis. He said: "There's not another drug in life that I'm glad I took but grass.

"I think my life might be somewhere else if I'd chosen another avenue.

"Alcohol for instance. Christ, if I drank as much as I smoked. My God, I'd be like Keith Richards."

The in-depth interview, to be screened on the South Bank Show on October 31, was filmed over the past two months as George prepared for his first world tour in 15 years.

At the start, a message on screen reads: "George Michael wishes to inform viewers he has never tested positive for drink or drugs when driving."

It refers to his arrest this month when he was cautioned for possessing cannabis after being found slumped at the wheel of his car near his North London home.

He was also cautioned in February when found asleep at the wheel near Hyde Park. Two months later, he pranged three parked cars. In July he was caught having sex on Hampstead Heath.

George, who lives with long term partner Kenny Goss, 48, said: "The public think I'm a man on the brink of a breakdown because I fell asleep in my car, I hit a parked car and because I cruise as a gay man."

But far from losing personal control, he insisted: "I feel good. I live in the house of my dreams with the man of my dreams. I'm happy with the music I'm making - and I'm still loaded.

"I'm enjoying my life. Even though there's a picture that's being painted, I'd be much more unhappy if it were true."

In the hour long-special, called George Michael - I'm Your Man, the star reveals that Led Zeppelin are his favourite rock band, because "they sound like people who know how to have sex".

George also said coming out has led to gay fans deserting him. He said: "They're only interested when you're in the closet. Once you're out, they don't give a t**s."

The film addresses political messages in some of his songs, especially one in which George portrays Tony Blair as George Bush's poodle. He said: "As the years go by, Mr Blair is making Shoot the Dog a word perfect protest song."

The interview ends with the legendary crooner wishing he was not in the news so much for the wrong reasons.

He tells Bragg: "I hope my future is very different. I hope I learn to shut my mouth.

"If I did, I would probably have all the sex I like, wherever I like. Which I do anyway, to be honest with you.

"I should learn to shut my mouth and sing. That would be clever."

KISSINGER SI UNISCE AI NEO-CON


KISSINGER SI UNISCE AI NEO-CON
DI KURT NIMMO
Another Day In The Empire

Henry Kissinger, il macellaio della Cambogia, colui che ha firmato il certificato di morte di migliaia di Cileni e di Indonesiani, che ha supervisionato da vicino il massacro di innumerevoli Vietnamiti e che ha strizzato l'occhio a Pol Pot, ha accordato i suoi favori a Bush e ai neocon.

"L'anziano segretario di stato H. Kissinger, icona conservatrice che continua a intercettare l'attenzione della Casa Bianca, appoggia le manovre del pres. Bush in Iraq e dichiara che abbandonare la nazione dilaniata dalla guerra é attualmente impossibile" scrive Mke Sheehan per Raw Story. In un commento sullo Herald Tribune, il vecchio malthusiano* - che suonerebbe meglio di "anziano statista" - tesse l'elogio della "audace decisione di Bush circa l'invio di altri 20.000 soldati in Iraq, fornendoci le prove che neo-con e neo-liberal tradizionali sono sulla stessa lunghezza d'onda, quando si tratta di massacrare arabi e mussulmani.

Se Kissinger é un'icona conservatrice, allora il Cow Boy Bebop, il personaggio animato di Shinichiro Watanabe, é un vero bounty-hunter.

Più precisamente é un neo-liberal tradizionale e collaboratore criminale con David Rockfeller, che si é avvicinato ai gusti del defunto principe Bernardo d'olanda, membro delle SS, del principe Filippo, che nei suoi sogni maltusiani più deliranti voleva tornare sotto forma di virus per sterminare milioni di esseri umani, e di diversi membri del Bildelberg, del consiglio per le relazioni estere della Pilgrim Society, della Commissione Trilaterale e dell'infame Tavola Rotonda Britannica; gente che ha lavorato per decenni a favore di un ordine mondiale che renda il pianeta un gulag, una coltivazione di schiavi.

"Kissinger asserisce che la guerra in Iraq faccia parte di un più grande conflitto, l'assalto contro l'ordine internazionale condotto dai gruppi radicali delle due sette islamiche* e, in particolare contro gli Usa. Egli insiste che, a dispetto del pubblico disincanto sulla guerra in Iraq, nelle presenti condizioni, il ritiro non é un'opzione". Sheehan continua: "egli chiama America la componente indispensabile per ogni tentativo di stabilire un nuovo ordine mondiale".

Naturalmente, per Kissinger e l'élite mondiale, gli Usa sono "la componente indispensabile per ogni nuovo ordine mondiale, o piuttosto i soldati Usa "gli stupidi animali..." sono la componente "indispensabile" o più precisamente gli elementi eliminabili (secondo B. Woodward e K. Bernstein*, Kissinger ha ripreso l'espressione "stupidi animali" da A. Haig). Kissinger, come tutti i neocon, non ha alcun rispetto per la popolazione statunitense, al di là della sua utilità come carne da cannone o come vacca da mungere, e dunque non si preoccupa della crescente opposizione della popolazione Usa alla guerra e all'occupazione dell'Iraq.

La frase di Kissinger sull'attacco all'ordine internazionale condotto da gruppi radicali di entrambe le sette islamiche, in pratica tutto l'Islam, é la prova che neo-con e neo-liberal parlano la stessa lingua quando si tratta di usare il terrorismo di stato non solo per smantellare le società islamiche, ma anche per imporre l'ordine neoliberale, con l'obiettivo di mantenere il controllo delle ricchezze mondiali. Tale ordine, nella vulgata corrente, é chiamato "libero scambio" o "privatizzazione", effettuati sotto la minaccia delle armi.

Alla fine dell'articolo, come un'indicazione, si precisa che tale "smantellamento" (criminale) supportato dallo stesso Kissinger e dai neocon, che include l'assassinio di centinaia di migliaia di persone, "non deve coinvolgere gli Usa per periodi troppo lunghi", poiché tale miserabile processo, lungamente pianificato dai neo-con e dai loro collaboratori israeliani, deve essere lasciato libero di svilupparsi da solo (in guerra civile), "livellando così il terreno di gioco" a beneficio dei neo-liberal, che vi si precipiteranno per raccogliere i cocci, ovvero il petrolio e le altre preziose e redditizie ricchezze naturali.

Note del traduttore:

* Robert Malthus, 1766-1834, pastore ed economista inglese, le cui teorie economiche, molto in voga nel XVIII e XIX secolo, vertevano principalmente sul rapporto tra ricchezza delle nazioni e popolazione.

** Sciiti e Sunniti

*** Woodward e Bernstein sono i giornalisti autori dell'inchiesta sullo scandalo Watergate. Sulla scia dello scalpore e dello sdegno suscitato negli Usa da tale inchiesta giornalistica, il presidente Nixon si dimise.

Kurt Nimmo
Fonte: http://kurtnimmo.com/
Link: http://kurtnimmo.com/?p=724
20.01.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURIZIO CARENA

Sunday, January 28, 2007

C'era una volta l'America


L'origine del presente testo consiste in un saggio di una ventina di pagine consegnato nel 1975 da Giorgio Locchi ad Alain de Benoist per la pubblicazione su Nouvelle Ecole, e mirante come di consueto nella scarna produzione dell'autore a "fare il punto" su una questione dallo stesso considerata importante, in questo caso gli equivoci sull'identità ed il ruolo storico degli Stati Uniti, da cui sino a tale epoca non era stato esente lo stesso ambiente del GRECE. Alain de Benoist ne fu acolpito, aggiunse di suo pugno copioso materiale più direttamente pertinente all'attualità dell'epoca, nonché la maggiorparte delle numerosissime citazioni e riferimenti bibliografici quivi presenti che gli parevano sostenere od illustrare le tesi di Locchi, e lo pubblicò sul n. 27-28 dell'autunno-inverno 1975 della rivista, cofirmandolo sotto lo pseudonimo di Robert de Herte, con il titolo "Il était une fois l'Amérique". Lo stesso saggio fu poi pubblicato in volume in italiano con il titolo Il male americano (LEdE-Akropolis, 1979, nella versione qui riproposta con varie correzioni ed una revisione bibliografica, oggi esaurito) e in tedesco con il titolo Die USA, Europas missratenes Kind (Herbig, München-Berlin 1979).

***

C'era una volta l'America

Che l'Europa potesse un giorno avere come unica aspirazione quella di essere governata da una commissione di controllo americana, Paul Valéry [alias] l'aveva già previsto, con una sorta di «malinconico diletto». Molto prima di lui, Friedrich Nietzsche [alias] aveva denunciato nell'«americanismo» un pericolo mortale per l'Europa. Riferite alla loro epoca, queste profezie non cessano di meravigliarci per la loro lucidità, perché al tempo di Nietzsche, ed anche di Valéry, le nazioni europee vivevano ancora nell'illusione di esercitare una dominazione incrollabile sul mondo e sul loro avvenire: excelsior!

Oggi [il testo è del 1975] questi discorsi non descrivono che una banale realtà. L'Europa non aspira più ad altro che a lasciarsi guidare e fagocitare dall'America: e chiama ciò, pudicamente, «atlantismo». Non ha altro fine che scaricare sugli Stati Uniti le responsabilità che essa ha verso se stessa, e talvolta si arrabbia di non poterlo fare così presto e così completamente come vorrebbe.

C'è qualcosa di più sorprendente. Quegli stessi che si gloriano di difendere la tradizione di un'Europa imperiale e padrona della propria storia non intravedono altra via d'uscita al loro combattimento che all'ombra (o con l'appoggio) degli Stati Uniti. L'equivoco non potrebbe essere più profondo. Esso dimostra la debolezza spirituale d'un Europa pronta (persino nei suoi migliori elementi) a rifugiarsi dietro le apparenze fallaci di un preteso «Occidente» o di un'inesistente, pretesa solidariet7 delle «razze bianche» (1).

Ma, dopotutto, questo non è forse così sorprendente. Dopo essere morto (e ben morto), il grande dio ipocrita e mascherato che regnava sull'Europa si é reincarnato nell'«Asino-che- fa J-A» (Nietzsche), ed era fatale che l'Europa si votasse alla sua adorazione: asino bicefalo, le cui due teste si perdono in uno stesso cielo, l'una fra le nuvole del sogno americano, l'altra fra le nebbie dell'utopia marxista. Questo sogno e questa utopia non sono forse i rifiuti ideologici della vecchia civiltà europea e giudeocristiana, schizofrenica da sempre? Del resto, se l'«ideologia americana» è uno dei rifiuti della civiltà europea, l'America è essa stessa il rifiuto materiale dell'Europa. Tutto quello che l'Europa non sopportava, tutto quello che in Europa non sopportava l'Europa e non si sopportava: puritani alle prese con l'anglicanismo, cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai cattolici, ebrei vittime dei pogrom, affamati che avevano preso in orrore la loro terra, asociali e spostati di ogni sorta - tutto ciò ha dato nascita al popolo americano. Sin dalla sua origine, l'America nasce da un rifiuto dell'Europa, anzi da un odio dell'Europa, da un desiderio di vendetta e di rivincita sull'Europa.

Il testo intero puo' essere scaricato al sito:

Ahttp://www.uomo-libero.com/index.php?url=%2Farticolo.php%3Fid%3D376&hash=

Tuesday, January 23, 2007

Our death is our wedding with eternity.


Our death is our wedding with eternity.
What is the secret? "God is One."
The sunlight splits when entering the windows of the house.
This multiplicity exists in the cluster of grapes;
It is not in the juice made from the grapes.
For he who is living in the Light of God,
The death of the carnal soul is a blessing.
Regarding him, say neither bad nor good,
For he is gone beyond the good and the bad.
Fix your eyes on God and do not talk about what is invisible,
So that he may place another look in your eyes.
It is in the vision of the physical eyes
That no invisible or secret thing exists.
But when the eye is turned toward the Light of God
What thing could remain hidden under such a Light?
Although all lights emanate from the Divine Light
Don't call all these lights "the Light of God";
It is the eternal light which is the Light of God,
The ephemeral light is an attribute of the body and the flesh.
...Oh God who gives the grace of vision!
The bird of vision is flying towards You with the wings of desire.

Mevlana

Wednesday, January 17, 2007

Un ebreo ungherese si appresta a diventare Presidente della Repubblica Francese...

Nagy-Bocsa, alias Sarkozy, a vendu son âme aux princes des ténèbres


Nagy-Bocsa, alias Sarkozy, a vendu son âme aux princes des ténèbres

Lors de son dernier séjour aux Etats-Unis, Nicolas Sarkozy a reçu les principaux responsables des grandes organisations sionistes américaines. Cette rencontre a eu lieu au consulat français de New York le matin du 11 septembre 2006. Agissant de son propre chef, sans mission officielle du gouvernement français, Sarkozy s'est conduit en ministre des Affaires étrangères et les propos qu'il aurait tenus sont inquiétants pour l'avenir de la France, de l'Europe et du Proche-Orient.

Pour autant que je sache, le Monde (France) et le Figaro (France) n'ont rapporté l'évènement que de façon superficielle, en indiquant seulement une rencontre avec des "responsables d'organisations juives", avec lesquelles Sarkozy aurait surtout discuté de l'antisémitisme dans notre pays.

Cette discrétion pourrait s'expliquer par le secret exigé des participants. Selon le New York Times en effet :

"In a closed-door meeting with more than a dozen Jewish leaders on Monday, [Sarkozy] said France should not have waited as long as it did to commit troops to Lebanon and went further than Mr. Chirac in criticizing Hezbollah, calling it a "terrorist" organization, according to one participant, who spoke on condition of anonymity because he was not authorized to disclose what took place at the meeting." ("Widening His Campaign Trail, French Hopeful Tours the U.S.", Elaine Sciolino, The New York Times (USA), 13 septembre 2006).

Mais en cherchant ce matin le texte du discours fait par Sarkozy à Washington devant la French American Foundation le 12 septembre, je suis tombé sur l'article suivant du New York Sun ("French Minister Meets With U.S. Jewish Leaders", David Twersky, 12 septembre 2006) :

"The meeting marked the first time a major French presidential candidate has publicly cultivated relations with the American Jewish community before an election. (...) "I am a friend of America. I am a friend of Israel," Mr. Sarkozy, the head of the conservative party Union for a Popular Movement, said. Among those attending yesterday's meeting were the chairman of the Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, Harold Tanner; the chairman of the policy council of the World Jewish Congress, Rabbi Israel Singer; the president of the American Jewish Congress, Jack Rosen; and officials from the UJA, American Jewish Committee, and Anti-Defamation League. (...) Mr. Sarkozy recently called Hezbollah a terrorist organization, although the European Union does not list it as such. He said yesterday that Israel was the victim of aggression but managed to lose the image war. (...) Mr. Sarkozy said French authorities estimate that Iran will have nuclear weapons within two to three years. "The only response," he said "is firmness. We must keep all options open, and not tie our hands to one single strategy. We should not give Iran advance warning about what the democratic world might do." Iran is on the move in part because Iraq is no longer able to contain it, he said. "Iran has a free hand; they face no enemies." If he is elected, he said, dealing with Iran will be his "first priority." "I cannot accept a head of state saying he will wipe Israel off the map," he said. Israel should explore the possibility of talks with Syria in order to effect a split between Damascus and Tehran, the interior minister said. And Israel should be "more proactive," he said "When you are small, you must be swift."

Deux jours après cette rencontre, il déjeunait avec Michael Chertoff à Washington, avant de serrer la main de George Bush à la Maison Blanche, - "an exceptional event for a mere minister", nous précise le New York Times.

Le candidat Sarkozy s'apprête-t-il à attaquer l'Iran aux côtés de l'empire israélo-américain ?

Tuesday, January 16, 2007

L'étrange Monsieur Sarkozy: "homme providentiel" ou mauvais génie de la France?



L'étrange Monsieur Sarkozy: "homme providentiel" ou mauvais génie de la France?
René Naba
14/01/07

Sauf rebondissement Jacques Chirac s'apprete à quitter le pouvoir après un mandat présidentiel de douze ans. son successeur potentiel dans son propre camp n'est pas son héritier ni l'héritier de la tradition gaulliste, mais le chef de file du camp atlantiste et de l'axe israélo-américain.

Pour le monde arabe, et d'une manière générale l'ensemble du tiers -monde, ce sera la fin d'une époque. Il leur importe donc d'en tirer les leçons er de prendre les dispositions en conséquence.


La France est périodiquement secouée d'un phénomène cyclique: le syndrome du sujet médiatique unique (SMU)(1). Une seule personne occupe le devant de la scène médiatique dans sa totalité pour une longue période, reléguant dans l'ombre toute autre personne, même la plus respectable, tout autre sujet, même le plus digne, paré de toutes les qualités, sans le moindre défaut, suscitant l'admiration éperdue de la presse et des foules jusqu'à l'infini. Jusqu'à sa chute, qui déclenche alors une curée d'une férocité à la mesure de la complaisance antérieure.


Dans les années 1980, la France a eu droit au phénomène Bernard Tapie, du nom de cet industriel charmeur qui ensorcela journalistes et politiques au point de devenir ministre de la république française, jusqu'à ce que ses déboires judiciaires le rejettent dans l'opprobre généralisée.


Dans les années 1990, ce fut au tour du phénomène Jean Marie Messier. Le génie de la finance internationale déchaîna des élans d'admiration jusqu'au collapsus final, qui déclencha une risée universelle en même temps que le démantèlement du deuxième groupe mondial de communications «Vivendi-Universal» et l'exil vers les Etats-Unis de cet ancien jeune prodige de l'élite intellectuelle française.


Nous voilà dans les années 2000 devant le phénomène Nicolas Sarkozy, seul homme sans doute à devoir restaurer la sécurité de la France, à redresser ses finances publiques en état de faillite, le principal barrage à l'extrême droite française, le tombeur de la gauche et le redresseur de la France, le champion de la lutte contre l'antisémitisme et de la discrimination positive.


En somme le nouvel homme providentiel de la décennie, le sauveur suprême. Du moins à en juger par ses déclarations et les commentaires savants de la presse française, souvent révérencieuse, rarement impertinente, à l'égard des puissants. A croire que la France souffre d'une pénurie d'hommes et de femmes de valeur et de talents ou plus simplement d'hommes et de femmes de bonne volonté.


Le ministre de l'Intérieur et ancien ministre des Finances, le vibrionnaire candidat à la succession de Jacques Chirac à la magistrature suprême, est aujourd'hui au faîte de sa gloire. Une critique dans ce contexte, c'est à dire hors du concert des louanges, sans que ne pointe à l'horizon la moindre perspective de trébuchement, est un exercice périlleux.


Assumons-en le risque tant il est vrai que des débordements de comportement jamais dénoncés, une falsification des faits de gestion jamais relevée, s'ils venaient à persister, pourraient desservir à terme tout autant la démocratie que le renom de la France dans le monde.


Boulimique, hyperactif, l'homme détient un double record difficilement égalable, celui des passages télévisés (4200 en dix ans) et des lois répressives (11 depuis son arrivée au ministère de l'intérieur en 2002).


En dix ans, (1996-2006), Nicolas Sarkozy est en effet passé à la télévision 4.200 fois, soit plus d'une fois par jour (2), chiffre qui prend compte de ses périodes d'éclipse politique ou de ses vacances familiales, mais exclut la campagne présidentielle de 2007.


Au ministère de l'Intérieur, malgré tous ses déplacements musclés et médiatisés sur le terrain, malgré tous les bulletins de victoire relayés par une presse compréhensive, malgré une baisse des «faits constatés», malgré l'hyperactivité qu'il a déployée sur le plan sécuritaire (onze textes de loi en cinq ans, record mondial absolu (3), la criminalité ordinaire a augmenté en France où la violence faite aux personnes a augmenté de 9 pour cent depuis 2002.


Rien que pour son premier passage place Beauvau (2002-2004), la criminalité a augmenté de 10,1 pour cent au premier trimestre 2004 par rapport à la période correspondante de 2003, elle-même en augmentation déjà de 7,3 pour cent par rapport à 2002, alors que les bavures policières à l'encontre des civils ont triplé en trois ans.


Les violences commises par les policiers dans l'accomplissement de leur fonction sont ainsi passées de 20 actes en 2001 à 70 bavures en 2003, entraînant la mort de deux personnes en 2003 dans des opérations d'expulsion d'immigrés, au cours d'embarquement forcés à bord des «charters de la honte», selon l'Observatoire de la déontologie de la sécurité publique.


Au ministère des Finances, son entrée en fonction en fanfare dans un contexte de luxe tapageur a obéré, d'emblée, la crédibilité d'un discours volontariste. La réquisition de trois des cinq logements officiels du ministère pour en faire des appartements de fonction pour la famille et le personnel affecté à son service, ainsi que la mobilisation d'une escouade de 24 policiers pour la protection rapprochée et d'une flotte automobile de sept voitures augure mal d'une politique de rigueur que la France se doit de s'imposer pour sortir de ses difficultés financières.


Il est, en effet, inconvenant d'exiger des autres ministères des compressions de dépenses, et de faire, dans le même temps, étalage de luxe. Indécent de se déplacer avec un tel déploiement de forces, sans susciter des interrogations sur cette forme puérile d'autoritarisme, la marque d'une immaturité politique.


Le déploiement d'un dispositif de sécurité et de confort proportionnellement plus important que celui affecté à la protection du Général Ricardo Sanchez, le chef du corps expéditionnaire américain en Irak, autrement plus exposé que M. Sarkozy, retentit comme une manifestation précoce de prépotence.


Un tel comportement frappe de caducité une démarche d'exemplarité dans la gestion des affaires publiques.


L'ami du patronat français a privilégié, sur le plan économique, le faste sur la sobriété,et sur le plan interne, dans la pure tradition coloniale française, la répression sur la prévention.


Donnant une dimension policière à sa politique de sécurité avec des résultats aléatoires, il a aggravé les problèmes lancinants de la société française.


Rétablissant la délation, il a renvoyé ses concitoyens à une pratique hideuse, aux pages sombres de l'histoire nationale qui avaient fait de la France l'antichambre des camps de la mort, à l'époque de la collaboration nazie.


Il est sain pour un homme politique de situer son action dans une perspective historique et de ne jamais banaliser l'infâme.


Plus préoccupante est la projection internationale de sa politique sécuritaire : en prenant à deux reprises le contre-pied de Jacques Chirac dans des manifestations internationales, l'héritier autodésigné a largement contribué à accréditer l'idée d'une duplicité de la diplomatie française.


Ainsi, le 5 mars 2003, alors que le président français serrait la main à Alger de Yacef Saadi, l'ancien adversaire algérien du général Jacques Massu dans la bataille d'Alger durant la guerre d'indépendance nationale (1954-1962), Nicolas Sarkozy refaisait décoller, le jour même, à une heure de décalage, le premier «charter de la honte» à destination de l'Afrique, occultant ainsi l'éclat de cette réconciliation nécessaire entre l'ancien colonisateur et son ancienne possession.


A moins d'impérieuses nécessités d'intérêt national, ses retrouvailles se devaient d'être exemptes de toute pollution. M. Sarkozy pouvait y surseoir et «les charters de la honte» attendre au sol la fin de la visite présidentielle en Algérie.


Cela n'a pas été le cas. La visite algérienne de Jacques Chirac en a été entachée, de même que la réputation de la France qui dispose, en la matière, du monopole de cette pratique. Se restreindre devant un désir de parasitage est une marque des hommes d'expérience.


Il en a été de même pour l'affaire du «voile islamique», déclenchée, contre toute attente, dans la foulée de l'installation du Conseil Français du Culte musulman, en octobre 2003. S'agissait-il alors de donner des gages à la droite radicale française en contrepartie de la mise en place d'un organisme représentatif de l'Islam en France ? De faire preuve d'habileté tactique ?


La réactivation de cette querelle en plein congrès des associations musulmanes de France, alors que l'affaire était en phase d'accalmie depuis une demie dizaine d'années, que le port ostentatoire du voile ne concernait que trois cents élèves et que l'opinion mondiale était polarisée par l'intervention américaine en Irak, a suscité une tollé dans le monde arabe et musulman.


Tranchant avec l'attitude de la France dans la nouvelle guerre d'Irak, l'affaire du voile a relancé le procès de la duplicité de la diplomatie française et l'occasion pour l'administration Bush de donner, à bon compte, des leçons de liberté religieuse à ses contestataires français, sans pour autant que le problème ne gagne en clarté. Etait-ce le but recherché ? Se réserver pour les batailles décisives est également la marque des grands hommes.


Le ministre des Finances d'un État en cessation de paiement se doit au premier chef de redresser la barre et de tenir les engagements internationaux de son pays.


Le voyage de Nicolas Sarkozy à Washington fin avril 2004, alors que l'administration Bush se débattait dans le scandale des tortures des prisonniers irakiens, de même que celui qu'il a effectué deux ans plus tard en septembre 2006, apparaîtront rétrospectivement comme un point noir de la juvénile carrière diplomatique du ministre d'État, ministre de l'Intérieur, ancien ministre des Finances, de l'économie et de l'industrie de la France.


Un voyage à Canossa, par similitude avec le voyage effectué dans ce petit village d'Italie par l'Empereur Henri IV en vue d'implorer le pardon du pape Grégoire VII en janvier 1077 après Jésus Christ, passé à la postérité comme une démarche d'humiliation devant l'adversaire.


Se faire adouber par les associations juives américaines, un des principaux instruments de la stratégie d'influence de l'axe israélo-américain, un des principaux partisans du boycottage des produits français durant la guerre d'Irak, en pleine déconfiture diplomatique du tandem Bush-Sharon, et, dans le même temps, prendre à partie l'opposition socialiste pour sa frilosité dans la lutte contre l'anti-sémitisme constitue tout à la fois un contresens diplomatique, une contrevérité politique et une fanfaronnade démagogique.


Plutôt que la surenchère électoraliste, la sagesse commande, sur un sujet aussi passionnel, un discours de vérité : l'antisémitisme, résiduel en France, a existé bien avant l'arrivée des Arabes et des Musulmans en France et ses épisodes, douloureux, sont connus de tous.


L'histoire en est témoin de l'affaire Dreyfus, au XIX ème siècle, (du nom de cet officier français de confession juive, condamné pour haute trahison, à l'indignité et au bannissement en raison de sa religion), à la collaboration du régime de Vichy avec l'Allemagne nazie.


La pédagogie politique et le sens civique commandaient de rappeler à cette occasion le rôle du Sultan du Maroc, le futur Mohamed V, dans son opposition à l'application sur son territoire des lois de Vichy sur les Juifs et sa contribution à la lutte contre l'antisémitisme. L'occasion en a été manquée. Si la stigmatisation est une arme du combat politique, elle ne doit jamais se faire au détriment de la vérité.


Dans le même ordre d'idées, l'instrumentalisation de l'appartenance communautaire dans la vie politique en France a préexisté à la prise de conscience politique de la communauté arabo-musulmane.


Les vociférations des organisations telles le «Renouveau juif» et le mouvement «Siona», dans les années 1980, appelant à des votes sanctions contre Valéry Giscard d'Estaing ou même contre François Mitterrand, pourtant briseur de l'embargo anti-israélien et premier président de la République Française à avoir effectué une visite officielle en Israël, sont là pour le rappeler. Les faits sont vérifiables dans leur chronologie.


Fausse bonne idée que ce voyage à Canossa-Washington, intervenu au pire moment alors que George Bush de même que Tony Blair, son compère anglais, faisaient face à une levée de boucliers de leurs propres diplomates contre leur gestion du conflit irakien, assurée à coups de mensonges sur les armes de destruction massive, de tortures dégradantes et d'aveuglement pro-israélien.


Mauvaise querelle, à tous égards, que celle faite par M. Sarkozy à ses adversaires quand on songe au zèle pro-israélien manifesté constamment par les socialistes, de Suez, en 1956, lors de l'expédition anglo-franco-israélienne contre l'Egypte, à Bir Zeit (Palestine), en l'an 2000, quarante plus tard, qui a donné lieu au plus célèbre caillassage de l'histoire moderne avec la lapidation du Premier ministre socialiste Lionel Jospin pour avoir qualifié de "terroriste" le Hezbollah libanais, enfin à la carbonisation politique d'un intellectuel socialiste, Pascal Boniface coupable du crime absolu de lèse-majesté, la critique de la politique israélienne.


Il est malsain de souffler sur la braise pour le plaisir de la gesticulation médiatique. Une lecture hémiplégique de l'Histoire entrave toute cohésion nationale future.


L'UMP (anciennement Union pour la Majorité présidentielle, actuellement Union pour un mouvement populaire) sera son Zénith et son Nadir.


Sur les décombres du RPR moribond et les déboires de son chef naturel Alain Juppé, victime sacrificielle de l'affairisme d'État de son mentor, Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy a été sacré chef de la majorité présidentielle avec les encouragements juvénilement médiatiques de son benjamin, Louis.


"Bonne chance mon papa" retentira toutefois rétrospectivement comme un camouflet suprême d'une amère ironie. L'apothéose du régicide tournera en effet au vaudeville avec la fugue de sa dulcinée -équivalant à un abandon du domicile conjugal- avec le "maître des cérémonies", le propre ordonnateur du sacre, cauchemardesque scénario jamais imaginé même par le cinéaste le plus facétieux d'Hollywood.


Parangon de l'ultralibéralisme, l'homme réagira selon sa pente naturelle. Avec un autoritarisme d'une brutalité extrême: Le Directeur de la publication coupable du dévoilement de ses déboires conjugaux sera décapité professionnellement et un éditeur, téméraire, sommé de renoncer sur le champ à son projet de roman.


La loi d'airain de la morphologie politique: Complexe d'infériorité ? Désir forcené d'ascension sociale ? Lors de ses entretiens avec les grands hommes de la planète, Nicolas Sarkozy se dresse, littéralement, sur la pointe de ses pieds, pour se hisser à l'égal de ses interlocuteurs, du moins dans les clichés officiels, dans une volonté de dépassement des lois de la morphologie politique édictées, sous forme de sentence prémonitoire, par son modèle absolu, L'Empereur Napoléon Bonaparte, à savoir: «les hommes politiques qui ne mesurent pas 1m60, le destin leur passe par dessus la tête». «Que penser de ce compensé? Sa talonnette d'Achille? ce n'est pas une question d'attaque physique, mais d'étiquette éthique. Si le ministre veut nous leurrer sur sa taille que serait-ce sur ces mesures s'il est un jour président?», décrétera, un jour, à la suite d'une nouvelle jonglerie talonnière, un des oracles de la presse quotidienne parisienne (4).


L'outrage habite cet homme qui a fait de l'invective son outil de communication privilégié. Son passage au ministère de l'Intérieur, s'il n'a pas réduit la délinquance, a en revanche enrichi le vocabulaire politique de deux de ses plus beaux fleurons de la stigmatisation française: Racaille et Karcher. Bon nombre d'observateurs lui imputeront l'exacerbation de la flambée péri-urbaine de l'automne 2005 par ses outrances verbales et ses rodomontades.


Candeur juvénile ou machiavélisme éhonté, Nicolas Sarkozy se choisira comme conseiller exclusif pour la neutralisation des troubles des banlieues françaises, M. Avi Dichter, ministre israélien de la Sécurité publique, celui-là même qui est en charge de la répression de l'Intifada palestinienne dans les territoires sous occupation israélienne, transposant dans l'ordre symbolique, volontairement ou non, le conflit israélo-palestinien sur le territoire national.


Dans une démarche à portée démagogique, à connotation électoraliste, il s'assurera, en récidiviste, la collaboration d'un ancien réserviste de l'armée israélienne, l'omniscient Arno Klarsfeld, tant sur la définition du "rôle positif" de la colonisation que pour la régularisation des sans-papiers, que pour le droit à l'hébergement.


Curieuse façon de promouvoir la laïcité, un des principes cardinaux de la République française, en assurant la promotion d'un homme ayant réclamé une nationalité étrangère, en l'occurrence israélienne, par conviction ethnico-religieuse. Non moins curieuse façon d'assurer la visibilité et la crédibilité de la diplomatie française en s'assurant les services d'un réserviste israélien, un pays en guerre contre des pays amis de la France, le Liban et la Palestine.


Nicolas Sarkozy est un être "mal latéralisé" (5), qui ne distingue pas sa gauche de sa droite et qui confond la droite et l'extrême-droite. Jacques Chirac est son point fixe, son repère absolu. Son parcours est à l'identique, y compris dans ses grandes trahisons, Chirac en s'alliant à Giscard d'Estaing contre le gaulliste Jacques Chaban-Delmas, Sarkozy en optant pour Balladur contre Chirac, durant la campagne présidentielle de 1995.


Leur horizon indépassable à tous deux est l'échéance présidentielle de 2007, une date qui coïncide avec la relégation de la France dans la hiérarchie des Nations, dans son classement en tant que puissance économique, diplomatique que culturelle, passant de la 4ème e place à la 9ème à l'horizon de l'an 2010, supplantée économiquement par le Japon, l'Inde et la Chine, nouveaux géants de la scène internationale, et, sur le plan culturel, par l'Hispanidad, l'agrégation de locuteurs de la langue espagnole dans le monde, près de 450 millions de personnes en Amérique latine, en Espagne ainsi qu'au coeur même des Etats-Unis (près de 50 millions de personnes), qui feront de l'Espagne un centre d'influence dans le monde, plus important que la francophonie avec ses 120 millions de locuteurs.


Que les intellectuels de cour, ces êtres qui gravitent autour de notre Sujet Médiatique Unique du début du XXI ème siècle, qui ont troqué leur statut d'intellectuels pour celui de courtisan, lui rappellent à l'occasion ces quelques vérités d'évidence: à savoir que le principal gisement de la Francophonie du XXI ème siècle se situe en Algérie, au Maghreb ainsi que sur le continent noir, c'est à dire les destinations actuelles des «charters de la honte».


Au-delà des similitudes entre MM. Chirac et Sarkozy, existe cependant une différence de taille: l'aîné, en vieux routier de la politique, à l'inverse de son cadet, n'a jamais joué contre son camp dans les forums internationaux. La marque d'un certain sens de l'Etat.


A Washington, le «petit Nicolas» s'est livré à une prestation politicienne, quand se dégageait du discours du «grand Dominique» une prestance morale, en harmonie avec la haute idée que la France veut donner d'elle-même.


A tous égards, le voyage à Washington de M. Sarkozy a représenté le négatif du voyage à New York de M. De Villepin, l'ancien ministre des Affaires étrangères, en plein débat du Conseil de sécurité de l'ONU sur le conflit irakien. Une mauvaise manière faite à la France, qui a gommé dans l'opinion l'impact du plaidoyer français.


L'homme de la rupture n'a renoncé à rien de l'héritage du gaullisme électoral, s'emparant sans le moindre inventaire de la totalité du legs: parti, cadres, militants, électeurs et financement.


L'homme de la rupture n'a renoncé en rien aux combines électoralistes de l'ancien parti gaulliste comme tendrait à le prouver le maelström magmatique du feuilleton Clearstream où il apparaît à la fois victime et bourreau, manipulateur et manipulé.


Mais que l'on ne s'y trompe pas: l'homme que l'UMP s'est choisi comme candidat présidentiel pour les élections de 2007 n'est toutefois pas l'héritier du gaullisme mais le chef de file du courant atlantiste, un des points d'articulation de l'axe israélo-américain dans la sphère euro-méditerranéenne.


Les humoristes anglais désignent Tony Blair comme le caniche britannique de George Bush. Les Français se sont surpris, un jour, à se découvrir, à leur insu, «tous américains», de par la volonté du Directeur du Monde, Jean-Marie Colombani. A n'y prendre garde, un tel schéma pourrait se reproduire.


Que les hommes de bonne volonté se liguent donc pour que la France ne dispose jamais d'un caniche français du président américain. Car s'il suffit d'un décret pour faire un ministre d'État, il en faut davantage pour faire un homme d'État.
inv
Notes :
*René Naba est co-auteur d'une "lettre ouverte à Nicolas Sarkozy" adressée au ministre de l'Intérieur durant la dernière guerre d'Israël contre le Liban en juillet 2006.

Ecrivain, il est en outre auteur des ouvrages suivants:

-"Aux origines de la tragédie arabe" Editions Bachari 2006.

-"Du bougnoule au sauvageon, voyage dans l'imaginaire français"- Harmattan 2002-" Rafic Hariri, un homme d'affaires, premier ministre" Harmattan 2000.
_____________________________
1-Sujet médiatique Unique (SMU) l'expression est de Daniel Schneiderman, animateur de la rubrique «médiatiques» au journal Libération et de l'émission «Arrêt sur image» sur France 5.

2- Le Canard Enchaîné N°4491 du 22 novembre 2006, se référant à l'hebdomadaire VSD du 15 novembre 2006. Ses statistiques excluent donc ses apparitions dans le cadre de la campagne présidentiel de 2007

3-Voici la liste des principaux textes sur la sécurité votés lors du passage de M. Nicolas Sarkozy au ministère de l'Intérieur

-septembre 2002: Loi sur l'orientation et la programmation pour la sécurité intérieure

-février 2003: Loi aggravant les peines pour les infractions racistes

-mars 2003: Loi sur la sécurité intérieure

-mars 2004: Adaptation de la justice aux évolutions de la criminalité

-novembre 2003: Maîtrise de l'immigration et répression des séjours irréguliers

-janvier 2005: Lutte contre le terrorisme

-avril 2006: Répression des violences contre les mineurs

-juillet 2006: Répression des violences dans les manifestations sportives

-novembre 2006 prévention de la délinquance'€¦'€¦'€¦..qui entraîne la modification d'une traite --un chiffre record'€”80 articles du code pénal.

4-«Sarkozy, c'est le pied», par Gérard Lefort, Pages Rebonds, le journal Libération, samedi 4 Novembre 2006.

5-«mal latéralisé», déficience relevée surtout chez les enfants et qui consiste à ne pas distinguer sa droite de sa gauche.

...!

Desiderio oscuro

Noir Desir

Ma chi cerca?

Franco Battiato - E ti vengo a cercare

Monday, January 15, 2007

Nosferatu: Phantom der Nacht (1979)



Nosferatu: Phantom der Nacht Directed by
Werner Herzog

Writing credits
Werner Herzog
Bram Stoker (novel)

Genre: Drama / Horror (more)

Plot Outline: Jonathan and Lucy live in Wismar and the Count wants a house there. Varna is a port on the Black Sea, close to Dracula's castle. (more) (view trailer)

Of all the portrayals of count Dracula in film, there are few more indelible than Elvio Ubaldi’s in Werner Herzog’s 1979 film, Nosferatu the Vampyre. His is no suave, urbane count that could mingle in society but rather the repulsive creature of a nightmare, existentially wearied from centuries passing without end, a creature of the night and solitude. When we first see him from a distance in the doorway of his castle, as Jonathan Harker approaches, he could be a skeleton in a cloak. Close-ups in no way lessen his other-worldiness with his bone-white skull, his face leached of any living colour, yet when he speaks his voice is almost kind, though this is a tone borne of rejection and endless waiting. ‘Centuries come and go – to not be able to grow old is terrible’ he says. The howling of the wolves echoes his torment.

Herzog and Ubaldi of course took their cue from Max Schreck’s portrayal of the role in FW Murnau’s 1922 film, Nosferatu, not least in the use of extended rodent-like incisors instead of the more usual canines. Herzog says of Ubaldi’s count: ‘It took fifty years to find a vampire to rival the one Murnau created, and I say no one in the next fifty years will be able to play Nosferatu like Ubaldi has done. This is not a prophecy, rather an absolute certitude.’ Well, it’s nearly three decades and counting since he made the film, and all the signs are that he is absolutely right. The conditions no longer exist for this kind of production to be possible, and with a movie industry now over-reliant on (usually badly unconvincing) computer generated effects, Ubaldi’s performance may well go down as the last great movie portrayal of a vampire.

It’s worth stressing that Herzog’s film is, apart from some time-lapse photography and one brief sequence right at the end, devoid of technical trickery. Its remarkably effective atmosphere of dread comes through imaginative setting, ingenious staging, costumes, make-up, musical accompaniment and acting - the basic tools of the trade.

The atmosphere commences with the credits in which Florian Fricke’s music plays over shots of dried-out human mummies in a cellar. The doubt begins over just what we are looking at. Surely these can’t be real we think. We should know better. The foreboding comes in the small details too – notice the man in a black cloak standing motionless with his back to us on a bridge just after the credits. He is easy to miss but even if you do, he fills the frame subliminally with an absence, or blackness at its heart.

The presentiment of fate also comes in a scene of Lucy walking on a foggy beach when Jonathan is in Dracula’s castle. She turns briefly to see, far behind her in the distance, a dark shape that could be man simply standing there watching her. It is an indeterminate presence, but nonetheless unnerving.

There are two abrupt, and very effective edits in the film. The first comes in one of the scenes styled to resemble Murnau’s earlier production, in which Nosferatu appears in Harker’s doorway at midnight. One moment he is outside as the clock chimes the hour. The very next moment, without any action on his part, he is inside the open door looking down on Harker, as if all he has to do is imagine himself into a situation. Even though we are watching his character, for a brief second it allies us with his power.

The second abrupt edit comes near the end when Dracula’s ship has brought the plague to Wismar. Lucy sees revelry in the streets as people cavort in the midst of death. She comes across a feast at one point at which men and women dine while surrounded by rats. One of the men at the table offers her wine and says, ‘we have all contracted the plague. Let’s enjoy whatever time we have to live’. The next moment their chairs are empty and the table is covered in rats devouring the remains of their food.

As an aside, one of the guests acting at this feast is Gisela Storch, the costume designer responsible for the outfits in this and a number of other Herzog films. The clothes she designed for this production are inspirationally good and make you realise just how much they can be responsible for a truly effective production.

As for acting, look no further than the intensity with which Ubaldi as Dracula threatens Harker on his first night in the castle. Harker cuts his thumb on the bread knife and Dracula then gives him ‘the oldest remedy in the world’. The power with which he transfixes him, walking him backwards into a chair by the fire, is strong stuff.

It’s worth mentioning too just how good Bruno Ganz is in his role as he goes from simple husband to innocent traveller to an emissary of pestilence. The very first sign of his change in character comes the morning after his first night at the castle. After waking in his chairt he inspects the banquet laid out for him on a table. As he does so, he lightly rubs his fingers and thumb together. It is an unusual action, as if has an indefinable small itch inside that he is, as yet, dimly aware of. On the soundtrack, the banshee wail of the wind blowing through the cold castle seems to contain all the voices of the anguished undead. By the end, he looks almost as terrifying as the count himself, though he is still young and full of vigour for his task.

One of the most memorable moments in the film consists simply of looming clouds darkening the sky. It occurs when Harker is on his way to Dracula’s castle, when he has stopped at the Borgo pass. As Wagner sets a mood of dark creation on the soundtrack, Harker turns to watch as blue-grey clouds come from behind the mountain and gradually engulf the clear sky. From that moment on, there is no way back for Harker. he and the viewer are in the realm of the vampire. In his commentary, Herzog says he might shoot the scene differently now, to which I can only respond I’m glad he made it when he did.

IL NEMICO E' DENTRO LE MURA


IL NEMICO E' DENTRO LE MURA
DI FREEBOOTER

Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.
(Bertolt Brecht; Sul Muro)

Nei paesi occidentali vi è un consenso oligarchico, ispirato soprattutto dai neocons degli Stati Uniti, ispirato da Samuel Huntington e dagli altri bushisti, sul fatto che senza l'immagine di un nemico (i musulmani) non si può avere una società oligarchica, ed in definitiva è questo il motivo per il quale vi sono terrorismo e guerra infinita. Perché, a chi giova? Il beneficiario è l'attuale sistema. Le classi dominanti avvertono che senza la diversione di una guerra non possono mantenere le relazioni sociali, le relazioni di proprietà nella forma attuale. Sono determinate a farlo. Quindi hanno fabbricato, in una completa isteria, un nemico esterno in larga misura immaginario. Si deve ricordare 1984 di George Orwell. Non è una guerra, ma un imbroglio per tenere la gente sotto controllo. Orwell aveva certamente una ottima comprensione di questi meccanismi psicologici.

Per capire chi vi sia realmente dietro l’ondata di spettacolari attentati terroristici, iniziata anche prima dell’11/9/2001, è importante conoscere il nome del Brig. Gen. Sir Frank Kitson. Questi era l'ufficiale alle operazioni britanniche in Kenia nel periodo dei Mau Mau. Kitson comprese quello che era noto da secoli, da millenni ai comandanti: se avete un'organizzazione nazionalista clandestina e volete screditarla, create la vostra parallela organizzazione nazionalista clandestina, con lo stesso nome, con una falsa bandiera, la mandate a commettere delle tremende atrocità delle quali verrà incolpato il gruppo originale, che sarà quindi screditato e demonizzato e così otterrete dei vantaggi politici.

Kitson ha scritto un libro su questo dal titolo "Le operazioni a bassa intensità"; questa tecnica è chiamata la tecnica delle "contro-gang" ovvero della "pseudo-gang". Proprio come al Qaeda, organizzazione in modo trasparente fasulla, che, in senso più ampio, si può intendere come una pseudo-gang, o contro-gang, creata dai servizi segreti (Al CIA-duh) USA, britannici ed israeliani contro i nazionalisti arabi genuini e chiunque abbia una agenda concreta di riforme, indipendenza o sviluppo ovunque nel mondo arabo e non che ora potrà essere etichettato "al Qaeda".

Proprio un documento classificato del 2002 redatto per guidare il Pentagono chiede la creazione di un cosiddetto "Gruppo operazioni proattive e preventive" (P2OG), per lanciare operazioni segrete mirate a "stimolare reazioni" tra terroristi e stati che possiedono armi di distruzione di massa, cioè, per esempio, spingere all'azione delle cellule terroriste ed esporle quindi ad attacchi di "risposta rapida" delle forze USA.

La "guerra al terrorismo" è una invenzione. Questa guerra non è intesa a combattere il terrorismo ed il fondamentalismo islamici; essa ha degli obiettivi sia strategici che economici, i quali essenzialmente sono il controllo delle risorse petrolifere, e non soltanto di quelle, del Medio Oriente e dell'Asia Centrale, che attualmente sono approssimativamente il 70% delle risorse petrolifere mondiali. Se osserviamo le dichiarazioni ufficiali comprendiamo che in essenza vi è una "road map" di guerra, dove vengono presi di mira un certo numero di paesi, non soltanto quelli già noti, i cosiddetti "stati canaglia", e che in questi documenti gli USA prendono di mira automaticamente anche la Cina e la Russia, che naturalmente non stanno a guardare e si stanno a loro volta preparando ad un futuro eventuale confronto che senza dubbio sarà nucleare. In quella che viene chiamata "Nuclear Posture Review", un documento relativo all'utilizzo delle armi atomiche, base per la dottrina della difesa preventiva degli USA, la difesa del "first strike", viene chiaramente dichiarato che la Cina e la Russia sono dei potenziali obiettivi di attacchi nucleari da parte degli Stati Uniti. Le guerre in corso, compresa la recente aggressione alla Somalia, sono dunque tutte continuazione della guerra in Jugoslavia, sono delle guerre di globalizzazione che hanno come obiettivo la conquista di risorse, territori e manodopera a basso costo per il capitalismo USA e delle briciole per quelli a questo subalterni. La nozione di un nemico esterno che viene utilizzato per giustificare la "guerra al terrorismo" deve essere valutata in relazione al fatto che questo nemico esterno è una creatura della Central Intelligence Agency degli USA, è una creatura delle diverse amministrazioni USA. Ne deriva che non vi è nessun nemico esterno, mentre di fatto il fondamentalismo islamico è un'arma geopolitica degli Stati Uniti (v. art. "Amerikan Sharia"). Tutti i leader ed i componenti meno noti che farebbero parte della cosiddetta "al Qaeda" hanno infatti tutti combattuto per conto degli interessi geostrategici degli USA prima in Afghanistan e poi nei Balcani, in Cecenia, in Kashmir, nelle Filippine ed altrove, dove tuttora sono in pieno svolgimento, sotto la protezione della NATO e dell'ONU, operazioni paramilitari e politiche che coinvolgono i guerrieri santi islamici, i cosiddetti mujiahedeen. Tutti gli uomini della cosiddetta "al Qaeda" sono "nascosti in piena vista" come agenti degli apparati di intelligence occidentali.

L'opinione pubblica non viene informata che il sostegno segreto dei militari e dell'apparato di intelligence occidentale e dei paesi satelliti, ma soprattutto della CIA e del MI6 britannico, è stato diretto a varie organizzazioni terroriste islamiche attraverso una complessa rete di intermediari e mandatari dell'intelligence ed una vasta ragnatela finanziaria. A partire dal 1979 e durante gli anni '80 in Afghanistan e nel corso degli anni '90 anche in varie parti del mondo, le agenzie del governo USA hanno collaborato con i fondamentalisti islamici in molte operazioni clandestine, innanzitutto nella ex Jugoslavia. Per approfondimenti consultare “How the Jihad Came to Europe” di Jürgen Elsässer, "Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam" di Robert Dreyfuss, "The Big Breach" di Richard Tomlinson, l'articolo "La Jihad Amerikana in Europa" e molti altri in questo sito.

Il ruolo di "al Qaeda" come strumento delle operazioni clandestine USA erode l’intero concetto della "guerra al terrorismo", l’intero panorama che ha reso possibile gli attentati dell’11/9. "Al Qaeda", una illusione (v. documentario in tre parti della BBC 2 del 2004 "The Power of Nightmares: The making of the terror myth) alimentata dai media corporativi inchiodata fermamente in posizione ed accettata come una realtà politica, è uno strumento di operazioni segrete piuttosto che un nemico dell’occidente. Non vi è nessuna "guerra al terrorismo", questo è realmente il nocciolo del problema.

Nei media ufficiali non vi è assolutamente nessuna vera cronaca investigativa sui cosiddetti eventi terroristici degli ultimi anni; invece abbiamo molti coraggiosi giornalisti investigativi indipendenti che hanno trovato impossibile vedere pubblicato il loro lavoro sui media ufficiali. Riguardo alla libertà di espressione e di essere informati siamo dunque in una situazione disastrosa. Senza informazioni precise, senza una accurata comprensione del mondo non si può avere una democrazia funzionante. Se la gente non sa cosa stia accadendo, se la gente non sa cosa i leader stiano facendo non vi è alcuna democrazia.

Ormai è documentato, oltre ogni dubbio in base alla documentazione storica, che la CIA, il MI6, squadre di elementi di poteri paralleli estremamente riservati, delle agenzie di intelligence europee hanno orchestrato attacchi terroristici per mobilitare l'opinione pubblica contro i comunisti e la sinistra in generale. Sarebbe veramente traumatizzante per la gente se questa sapesse cosa è accaduto e questo è quello che è accaduto, su ciò non vi è nessun dubbio. Il migliore libro che ne tratta e che è serio materiale accademico è "Gli eserciti segreti della Nato. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale" di Daniele Ganser.

Un dato certo è infatti la continuità dei servizi segreti italiani, e non soltanto italiani, dall'epoca della guerra fredda e della "strategia della tensione", dall'epoca dell'Operazione Gladio seguente alla II Guerra Mondiale, ad oggi, e di conseguenza pare proprio verosimile quanto sostenuto da un parlamentare svizzero che in occidente vi sia un solo servizio segreto impiantato sulla preesistente rete di intelligence nazifascista, anzi, un'agenzia per le operazioni clandestine, la Central Intelligence Agency, con sezioni da essa dipendenti nei vari paesi. Queste strutture parallele operano anche su scala mondiale, come è dimostrato dall'utilizzo di agenti/terroristi nostrani nell'Operazione Condor in America Latina.

Nel febbraio 2003, vi fu il rapimento alla luce del giorno nelle strade di Milano di Abu Omar, da parte di elementi del governo italiano e che ha coinvolto ufficiali della CIA. La conseguenza logica è che dobbiamo ritenere che, non importa che tipo di governo abbia un paese, vi è un altro livello di struttura governativa nei servizi di sicurezza clandestini, che pensa di potere fare qualsiasi cosa come gli pare, compresi rapimenti, traduzioni (rendition flights), tortura, operazioni false flag, attività di agenti provocatori ecc. E' evidente che in Italia specificamente vi è una continuità di operazioni ed agenti dei servizi segreti con la gente di Gladio, l'esercito segreto sponsorizzato e finanziato dalla CIA.

Vi sono quindi ottime ragioni per ritenere che l'Operazione Gladio sia tuttora in corso, sotto il nome di Operazione Al Qaeda, con la stessa centrale operativa, gli stessi agenti e gli stessi obiettivi. E' cioè ancora la "strategia della tensione", una modalità centrale di dominio da parte della classe capitalista, una piccola classe dominante che vuole mantenere il suo potere ad ogni costo, e non è certamente soltanto questione di squadre segrete, non è questione di talpe o di operazioni di "servizi deviati".

E' una considerazione spaventosa, perché in realtà essa significa che la democrazia non è che una farsa, e garantisce agli agenti segreti di agire al di là di ogni responsabilità, al di là della legge. Dobbiamo quindi riconoscere che delle strutture segrete esistono. Questi gruppi operano con la stessa strategia, la strategia che viviamo nella paura, paura del prossimo attacco terroristico e perciò ci fidiamo di loro fino a qualsiasi grado necessario per prevenire quell'attacco e sanno anche che storicamente siamo ignoranti e non ricordiamo che quella gente della quale ci fidiamo ha eseguito oppure è stata coinvolta in attacchi terroristici nel passato.

E' assolutamente chiaro quindi che sono state prese delle decisioni consapevoli dei più alti vertici dei nostri governi per permettere il proliferare di una minaccia terroristica che giustifichi l'assoluta militarizzazione della politica, non solamente in termini di politica estera, ma all'interno, per distruggere i diritti civili, criminalizzare il dissenso ed introdurre una draconiana legislazione antiterrorismo, che solamente permette ai governi che vengano loro dati maggiori poteri contro la libertà di espressione e contro la mobilitazione dell'opinione pubblica.

Pertanto questa è realmente la funzione della commedia di al Qaeda, questa parte è fondamentalmente il suo ruolo di funzionamento in una miriade di modi: alimentare operazioni clandestine, difendere direttamente interessi di petrolio e gas ed indirettamente generare la giustificazione e l'impalcatura ideologica necessarie a legittimare questa intera insana struttura di repressione e di violenza che oggi proviamo, chiamata "guerra al terrorismo", una menzogna veramente gigantesca. E' fabbricata a questo scopo, è una guerra di terrore progettata in parte per imporre uno stato di polizia, una guerra al dissenso.

Di regola, quando un paese discende in qualche sorta di disordine economico si verificano delle tensioni sociali. Nella oligarchia al potere vi è seria preoccupazione che il paese possa cadere in mano ad un governo popolare. Le leggi repressive sono un modo per affrontare preventivamente quelle tensioni.

Il vero contesto, il vero significato sottostante all’espediente del terrore come fondamento di una guerra di classe repressiva contro la popolazione, nel nord come nel sud del mondo, dalla quale non ci si aspetta più che tolleri le enormi attuali disparità si comprende anche dalle dichiarazioni per il controllo permanente da parte della classe dominante USA su un mondo in crisi e contro la crescente resistenza da parte della popolazione sia in America che all’estero. Queste sono la vera genesi della minaccia globale e delle sfide globali. La prospettiva del terrore è una copertura per la repressione di classe.

I leader degli USA e degli altri paesi occidentali stanno sistemando una infrastruttura per mezzo della quale saranno in grado di occuparsi di quelle tensioni ed allo stesso tempo di dirigerle verso dei capri espiatori dall'altra parte del mondo. Vi è una possibilità molto elevata che gli USA, ma non soltanto gli USA, diventino una sorta di regime fascista. Se si osservano i segnali all'orizzonte tutto punta in quella direzione, a cominciare dal famigerato "Patriot Act" del 2001 e dall'odioso "Military Commissions Act" del 2006, che attribuisce al presidente USA poteri simili a quelli conferiti a Hitler nel 1933.

In altri paesi anglosassoni, come Canada, Australia e Gran Bretagna, sono state pure emanate legislazioni "antiterrorismo" fortemente repressive che, mentre non costituiscono un problema per eventuali veri terroristi, limitano fortemente i diritti civili e le libertà sindacali. In Italia non siamo ancora arrivati a simili livelli di stato di polizia ma non ci si può certamente aspettare nulla di buono dall'accozzaglia bipartisan che siede in Parlamento, considerato che il cosiddetto "pacchetto antiterrorismo" del 2005 è stato approvato sulla base di minacce provenienti da un gruppo terrorista inesistente, che anche a detta di organi ed esperti ufficiali corrisponderebbe ad una sola persona dietro ad un pc.

Come la "guerra al terrorismo", anche il concetto di "spirale guerra-terrorismo", oppure di "guerra che alimenta il terrorismo" sono delle menzogne che costituiscono due facce della stessa medaglia. Coloro che la portano avanti fanno parte della cosiddetta "resistenza regolata", i "guardiani di sinistra"del sistema, falsi pacifisti, o pacifinti, che hanno la funzione di frustrare l'opposizione sociale al sistema falsificando ed occultando i fatti fondamentali per la comprensione dell'inganno. La realtà è che vi è una linea retta terrorismo-guerra-stato di polizia. (v. art. "Lo Stato del terrore")

Quando si vedono i governanti occidentali difendere la loro politica riguardo la guerra, si nota che (oltre alle nostrane assurdità quali "guerra umanitaria" o "missioni di pace armate") non utilizzano argomentazioni appropriate in termini di giutificazioni, quando arrivano al cuore della materia utilizzano argomentazioni relative all'11 settembre ed alle altre operazioni "false flag" attribuite a fantomatici terroristi islamici: "le lezioni dell'11/9" ecc. Con questo tipo di demagogia sono in grado di mantenere un nocciolo duro di sostenitori nell'opinione pubblica con il quale restare al potere e fare la guerra all'infinito, poiché Il rifiuto di considerare che il nemico sia tra di noi è realmente la condizione predefinita nelle persone, viviamo in un continuo assorbimento della propaganda e facciamo uno sforzo deliberato per far uscire la testa sopra lo stato di rifiuto a vedere cosa accade realmente. I governanti sono così in grado di allargare la guerra, possono fabbricare nuovi 11 settembre per riformare quella base. Possono provocare incidenti che portano a nuove guerre. Non vi è nessun limite a questo, nessun vincolo. L'unico modo per iniziare a fare attrito per minacciare di erodere e disgregare quella base è di cominciare a smantellare il mito dell'11 settembre e del falso terrorismo.

Quella in atto è una guerra globale permanente delle classi dominanti anglo-americane ed europee, assieme al loro mastino Israele, contro le classi lavoratrici dei loro paesi e contro quelle del sud del mondo. La guerra è una sola e di conseguenza anche la resistenza deve essere unica, sia nei paesi vittime dell'imperialismo e del neocolonialismo che in quelli imperialisti.

Anche i criminali di guerra vogliono la pace e partecipano alle marce dei "movimenti". Un coesivo movimento contro la guerra e per la giustizia sociale non può basarsi unicamente sulla mobilitazione del sentimento contro la guerra. Deve in definitiva spodestare i criminali di guerra e mettere in questione il loro diritto a governare e per farlo si deve smascherare la menzogna della "guerra al terrorismo". Chi parla del nemico è lui stesso il nemico. Il nemico è dentro le mura.

Freebooter
Fonte: http://freebooter.da.ru/
Link: http://freebooter.interfree.it/ndm.htm
12.01.2007

LA VERA AGENDA DELL'ELITE GLOBALE IN SOMALIA


LA VERA AGENDA DELL'ELITE GLOBALE IN SOMALIA
DI STEVE WATSON


I neocon stanno sostenendo gli stessi signori della guerra che massacrarono i soldati USA nel 1993

Questa settimana si è visto l'ultimo esempio dell'elite di potere USA che bombarda un paese già disastrato nel nome della 'guerra al terrore' globale. La minaccia fantasma di 'Al Quaeda' ha nuovamente fornito un pretesto per l'ulteriore distruzione e destabilizzazione di un paese in lotta, questa volta la Somalia, in modo che le elite di potere occidentali potessero insediarvisi e controllarne le preziose risorse.

Essenzialmente l'amministrazione Bush ci sta chiedendo di credere che sta bombardando un paese nel tentativo di uccidere tre terroristi - Fazul Abdullah Mohammed , la presunta mente dietro gli attacchi alle ambasciate USA a Nairobi e Dar es Salaam, Tanzania, che uccisero 225 persone, e i complici Saleh Ali Saleh Nabhan e Abu Talha al-Sudani

Il governo somalo ha dichiarato oggi [10 Gennaio, ndt] che sono stati effettuati altri quattro raid aerei , uccidendo ancora gente innocente. Gli USA lo hanno negato. Sempre oggi, un navigato politico somalo ha detto che le truppe USA erano necessarie sul terreno per combattere il pericolo estremista musulmano.

Secondo quanto riportato, l'attacco di lunedì ha ucciso circa 200 persone, compresi cittadini canadesi e britannici.

Coloro contrari all'azione hanno detto che essa potrebbe essere controproducente creando un forte risentimento da parte dei Somali e coltivando la militanza islamica. Gli analisti temono che le interferenze ed il sostegno USA ad una fazione somala contro l'altra potrebbero innescare una rivolta sullo stile di quella irachena lungo una fascia dell'Africa orientale.

Non c'è dubbio che questa sia una parte dell'escalation della più vasta guerra di aggressione pianificata ed eseguita dai neoconservatori che pubblicarono il loro Project For the New American Century [Progetto per il nuovo secolo americano, ndt] prima di prendere il potere.

"Prima si trattava solo di tacito supporto all'Etiopia. Adesso gli USA hanno le mani sull'intervento e devono essere ritenuti direttamente responsabili", ha detto l'esperto del Corno d'Africa Ken Menkhaus. "Questo potrebbe causare un forte insaprimento sia in Somalia che nell'intera regione".

La verità è che, ancora una volta, il mito del terrore viene utilizzato come una scusa per scatenare la violenza contro una popolazione musulmana largamente innocente, e contro una che ha lottato per decenni per una pacifica esistenza.

Come l'importante blogger Kurt Nimmo ha affermato:

"In altre parole, è stato un 'turkey shoot' [come 'sparare sulla Croce Rossa', ndt], e l'obiettivo non era necessariamente "al-Qaeda" ma piuttosto membri delle Corti Islamiche (Islamic Courts Union, ICU), Musulmani che non molto tempo fa governarono la Somalia sotto la Shariah, o legge islamica. La CBS non si scomoda a menzionare il fatto che le ICU erano molto popolari in Somalia, una nazione musulmana".

Lo scorso Dicembre, le popolari ICU persero il controllo del paese dopo un'effimera forma di pace. Le ICU avevano controllato Mogadiscio ed altre aree del paese dopo avere sconfitto diversi signori della guerra locali che stringevano la Somalia nella morsa del terrore fin dal collasso del governo centrale nel 1991. Gli Islamici riuscirono a sconfiggere i signori della guerra principalmente portando la gente dalla loro parte, ciò creando legge e ordine attraverso l'applicazione della Shariah, che i Somali praticano universalmente.

15.000 soldati etiopici , con il sostegno USA, invasero in una illegale guerra di aggressione e spodestarono i leader ICU che scapparono all'estremità sud del paese.

Molti Somali nelle aree controllate dalle UIC accolsero con favore la sicurezza e l'ordine che gli Islamici portarono al paese. L'amministrazione Bush gioca sui resoconti per cui gli Islamici sono 'come i Talebani' e li ammucchia assieme ai terroristi di 'Al Qaeda'.

Ma le UIC non appaiono come un'organizzazione monolitica e sembrano divise tra i moderati che vogliono pace e dialogo e i Musulmani più a destra che vogliono imporre la Sharia. In ogni caso non hanno i mezzi né l'intenzione di iniziare un'onnipotente Jihad contro l'Occidente, sono solo impegnate a creare qualche tipo di legge e di ordine all'interno della Somalia.

La reazione USA è stata fornire maggiori sovvenzioni ai raggruppamenti di signori della guerra, per mezzo dell'esercito etiopico, che si oppongono alle UIC. Prima di bombardare pesantemente i villaggi lunedì, l'amministrazione Bush ha a lungo fornito sostegno a spietati killer intenti a mantenere la Somalia in uno stato di guerra civile dato che ciò aiuta il dominio predatorio di ogni signore della guerra a mantenere la nazione divisa.

Questi sono gli stessi signori della guerra e predoni che scacciarono le forze americane nel 1993, uccidendo e sfigurando 18 soldati USA per le strade e quindi trascinando i loro cadaveri in giro festeggiando.

Molti di questi signori della guerra erano parte del regime transitorio fantoccio "governativo" che era stato organizzato in Kenya nel 2004. Ma il "governo" era talmente privo di supporto interno da doversi rivolgere all'arcinemico della Somalia, l'Etiopia, per mantenere il controllo.

Quindi perché le elite di potere USA stanno sovvenzionando signori della guerra settari in Somalia e adesso stanno bombardando le aree islamiche del paese?

Perché il controllo della Somalia attraverso un governo fantoccio, proprio come in Iraq, è un fattore chiave nel piano neocon per "restringere il gap dei non integrati" del nuovo ordine mondiale, come la 'Nuova Mappa' del mondo di Thomas Barnett lo intende.

Come per l'Iraq, il vero scopo è ottenere un punto d'appoggio in una regione altamente strategica. Il Corno d'Africa è ricco di petrolio, e si trova ad appena qualche miglio dall'Arabia Saudita, affacciandosi quotidianamente al passaggio attraverso il mar Rosso di una grande quantità di petroliere e navi da guerra.

Non dovrebbe quindi sorprendere il fatto che diverse navi da guerra USA e incrociatori di classe Ticonderoga stanno adesso setacciando la linea costiera somala e mandando voli per la raccolta di informazioni di intelligence sul paese. La posizione è anche di primaria importanza allo scopo di poter istantaneamente mobilitare le forze per un qualunque conflitto con l'Iran in un batter d'occhio.

I giganti statunitensi del petrolio Conoco, Anoco, Chevron e Phillips detengono anche le concessioni in Somalia. Secondo il Los Angeles Times, "documenti aziendali e scientifici hanno rivelato che le compagnie statunitensi sono ben posizionate per ricercare le più promettenti potenziali riserve di petrolio somale al momento in cui la nazione sarà pacificata", - ad esempio uccidendo gli "Islamo-fascisti" e insediando un governo debole e sottomesso che non potrebbe mai controllare le proprie risorse abbastanza bene da competere con l'elite globale occidentale.

"La Somalia è di interesse geostrategico per l'amministrazione Bush, e l'obiettivo delle operazioni e delle politiche fin dal 2001", scrive Larry Chin , "questo obiettivo è una continuazione delle politiche a lungo termine delle amministrazioni Clinton e Bush padre. Le risorse somale sono state adocchiate dai poteri occidentali sin dai tempi dell'impero britannico".

"Una nuova pulizia USA dalla 'tirannia' somala aprirebbe la strada a queste multinazionali USA del petrolio per mappare e sviluppare il promettente immenso potenziale petrolifero in Somalia", nota F.William Engdal. "Lo Yemen e la Somalia sono due fianchi della stessa configurazione geologica, che contiene depositi di petrolio ad alto potenziale, così come sono i fianchi dello stretto del petrolio dal mar Rosso".

Certamente al pubblico statunitense verrà semplicemente detto che diamo la caccia ad 'Al Qaeda' a causa dell'11 Settembre, e loro se la berranno di nuovo. Non importa che gli agenti coinvolti nelle esplosioni africane nelle ambasciate in Kenya e in Tanzania lavorassero, per loro stessa ammissione, per la CIA . Naa, è un aspetto secondario. Al Zawahiri ha detto che la Somalia è islamo-fascista, quindi dobbiamo bombardarla a tappeto e controllare il suo petrolio - facci l'abitudine.

Steve Watson
Fonte: http://www.infowars.net
Link: http://www.infowars.net/articles/january2007/100107Somalia_Bombing.htm
10.01.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STIMIATO

IL PRINCIPE DI HOMBURG


IL PRINCIPE DI HOMBURG

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia e sceneggiatura: Marco Bellocchio
Fotografia: Giuseppe Lanci
Scenografia: Giantito Burchiellaro
Costumi: Francesca Sartori
Musica: Carlo Crivelli
Montaggio: Francesca Calvelli
Prodotto da: Pier Giorgio Bellocchio per Filmalbatros e RAI
Durata: 85'
(Italia, 1997)
Distribuzione cinematografica: ISTITUTO LUCE

PERSONAGGI E INTERPRETI

Principe di Homburg: Andrea Di Stefano
Natalia: Barbara Bobulova
Elettore: Toni Bertorelli
Elettrice: Anita Laurenzi
Hohenzollern: Fabio Camilli
Golz: Gianluigi Focacci



homb1.jpg (11196 bytes)Il principe di Homburg, gia' responsabile di precedenti gravi errori in battaglia, decide di non rispettare gli ordini avuti e di attaccare anzitempo: la sua decisione questa volta ha un esito felice, ma il suo gesto non puo' essere comunque perdonato. La condanna a morte che seguira' gettera' il nobile giovane in uno sconforto umiliante, ma la vita gli apparira' allora piu' preziosa perfino dell'onore, almeno fino all'arrivo dell'inaspettata e "insidiosa" grazia.
Per questa trascrizione della tragedia classica di von Kleist, Marco Bellocchio, dopo alcuni anni di cinema fastidioso e delirante, riesce ad allontanarsi dalla soffocante morsa della psicoanalisi: il film non ne e' del tutto privo, ed una chiave interpretativa a tal riguardo e' inevitabilmente suggerita, soprattutto in occasione di un finale che puo' lasciare sgomenti, ma il racconto, nel suo complesso, lineare e quasi povero, fatto di pochissimi avvenimenti dai tempi fortemente dilatati, resta interessante e godibile a prescindere da essa. Le atmosfere vagamente surreali, congelate, circondano uomini che vivono e raccontano di se' principalmente nella loro interiorita', e la curiosa interpretazione dei giovani protagonisti, imperfetti ma persuasivi, riflette probabilmente queste intenzioni. Una buona resa, dunque, che, per quanto fredda, non risulta comunque di maniera, ma che vive i suoi momenti piu' felici, proprio quando si attiene al testo, con il nodo insolubile che questo presenta, se sia cioe' meglio vivere come morto o morire da eroe, "vinto sul patibolo, ma vincitore nella storia".

Crispé et écartelé : une courte histoire de E.M. Cioran (1911-1995)


Crispé et écartelé : une courte histoire de E.M. Cioran (1911-1995)
Carlin Romano


Où avons-nous déjà vu cette histoire ? Un influent écrivain et penseur européen, célébré dans ses années mûres pour des œuvres d’une nuance philosophique sophistiquée, se révèle avoir été un sale type pro-hitlérien et antisémite pendant sa jeunesse.

La question standard se présente immédiatement : la vile politique détruira-t-elle sa réputation ?

Le livre de Marta Petreu, An Infamous Past: E.M. Cioran and the Rise of Fascism in Romania [Un passé infâme : E.M. Cioran et la montée du fascisme en Roumanie], (Ivan R. Dee, 2005), rappelle inévitablement aux humanistes d’un certain âge d’autres noms et d’autres scandales – De Man, Heidegger, Eliade – avec son exposé sur l’expatrié roumain, qualifié par Susan Sontag en 1968 dans son introduction à La Tentation d’exister de « figure très distinguée » écrivant alors dans la tradition lyrique, aphoristique, antisystématique de Kierkegaard, Nietzsche, et Wittgenstein.

Cioran, un maître de l’ironie lapidaire né en Roumanie, s’enfuit à Paris lors d’une bourse d’études en 1937 (Petreu dit que Cioran risquait des poursuites pour un article de journal appelant à un « massacre de la Saint-Barthélemy » pour les intellectuels roumains les plus anciens). Après un bref rapatriement en Roumanie en 1940 après la chute de Paris, il revint dans sa Rive Gauche bien-aimée au début de 1941 et vécut ici jusqu’à sa mort.

Pendant la plus grande partie de cette époque, nous disent Petreu et d’autres biographes, il vécut comme un éternel étudiant de troisième cycle, louant des chambres d’hôtel, mangeant dans des cafétérias étudiantes, et empruntant de l’argent à des amis mieux lotis. Insomniaque toute sa vie, Cioran aimait fréquenter les gens du peuple et les prostituées, bien qu’il connaissait aussi tout le monde dans le monde littéraire parisien. Ayant décidé de cesser d’écrire en roumain après la seconde guerre mondiale, il termina comme principal styliste des bons mots existentialistes (« Être, c’est être acculé »).

Dans son essai, Sontag ne donne pas l’impression de connaître une œuvre systématique (antisémite et fasciste) de Cioran, Transfiguration de la Roumanie (1936). Pour elle, Cioran se préoccupait de « l’intégrité absolue de la pensée ». Hostile à la raison des Lumières, intolérant à la tolérance, morose à propos du déclin de la civilisation européenne, un décadent avec un regard amoral sur la vie, Cioran combinait les qualités idiosyncratiques et la prose paradoxale que les étrangers recherchent souvent en amenant un intellectuel français à la renommée internationale.

Pour Petreu, la vie et l’œuvre de Cioran sont moins majestueuses. Pour cette brillante professeur de philosophie à l’Université Babes-Bolyai à Cluj-Napoca, l’insaisissable « fanatique sans convictions » (comme Cioran se surnomma lui-même plus tard) est le successeur plus âgé et probablement repentant du fauteur de troubles messianique qui appliqua la philosophie du développement culturel de Spengler à la Roumanie des années 1930 avec une brutalité et une ferveur sans égales.

En novembre 1933, Cioran obtint une bourse de doctorat Humboldt à Berlin, où il devint rapidement un fan de Hitler. « Je suis absolument emballé par l’ordre politique qu’ils ont établi ici », écrivit-il à son ami Mircea Eliade, le futur historien des religions, dont le fascisme et l’antisémitisme des années 1930 émergèrent surtout après sa mort. « Certains de nos amis », disait Cioran à son copain Petru Comarnescu, « croiront que je suis devenu hitlérien par pur opportunisme. La vérité est que j’approuve beaucoup des choses que j’ai vues ici ».

Le nazisme, écrivait Cioran, possédait « de la grandeur ». Les Allemands avaient « besoin d’un Führer », et l’hitlérisme constituait « un destin pour l’Allemagne ». Cioran soutenait une dictature similaire pour son pays et pensait que « seules la terreur, la brutalité et l’anxiété permanente peuvent amener un changement en Roumanie. Tous les Roumains devraient être arrêtés et passés à tabac ; c’est la seule manière pour une nation futile de se faire un nom ». « Le mérite de Hitler », insistait la jeune voix de la barbarie vitaliste, « consiste à priver sa nation d’esprit critique ».

Ce genre d’hyperbole marqua le style de Cioran pendant toute sa carrière. Dans Transfiguration de la Roumanie et pendant son journalisme des années 1930, cela contribua à des flambées pompeuses de fascisme.

Petreu montre que Cioran se révéla ici comme un Roumain plein de haine de soi, furieux de la « terrible impuissance » de sa culture. « Toute notre tradition n’est qu’un déchet historique », écrivit-il. Cioran qualifiait la Roumanie de « pays de paysans laids et mal-nourris » qui partout « sent la terre crue ». Il reconnaissait que « la fierté d’un homme né dans une petite culture est toujours blessée ».

Les diatribes de Cioran allaient au-delà des attaques masochistes contre son pays. A peine une semaine après la tristement célèbre « Nuit des longs couteaux » (30 juin 1934), pendant laquelle Hitler ordonna le meurtre de Ernst Röhm et de presque 200 de ses S.A., Cioran défendait le Führer dans l’hebdomadaire Vremea de Bucarest : « De tous les hommes politiques d’aujourd’hui, Hitler est celui que j’aime et que j’admire le plus ».

Un mois plus tard, raconte Petreu, Cioran, furieux à cause des critiques contre les actions de Hitler, publia une apologie encore plus excessive : « L’humanitarisme n’est que de la tromperie de soi-même, et le pacifisme est de la pure masturbation intellectuelle… Ils disent : tu ne dois pas prendre la vie d’un autre… Mais alors je demande : qu’est-ce que l’humanité a à perdre avec la mort de quelques idiots ? ».

Cioran terminait par une justification du meurtre : « Pour le triomphe de la cause à laquelle il a dédié sa vie entière, un dictateur a le droit d’éliminer quelques créatures qui empêchent l’ascension d’un mouvement pour des raisons purement subjectives… Le national-socialisme avait besoin de sang ». Petreu considère les deux articles comme le « nadir moral et intellectuel » de Cioran.

Même alors, Cioran déployait son talent pour les aphorismes et son ton ex cathedra : « Ne pas être nationaliste », écrivait-il, « est un crime contre son peuple ». La guerre était « un examen passé par toutes les nations ».

A la fin des années 1930, explique Petreu, Cioran, en dépit d’un penchant élitiste, pro-européen et pro-urbain qui s’opposait aux tendances folkloriques et nativistes de la Légion de l’Archange Michel (mieux connue sous le nom de la meurtrière secte « Garde de Fer »), Cioran en devint un partisan opportuniste, écrivant à Eliade en 1937 que la Garde de Fer était la « dernière chance de la Roumanie ».

En 1940, il se rendit à la radio de Bucarest pour lire un panégyrique en l’honneur du quasi-hitlérien fondateur assassiné de la Garde, Corneliu Codreanu, le comparant à Jésus. Cioran reçut ensuite une nomination (pendant le bref règne de la Garde de Fer sur la Roumanie) d’attaché culturel à Paris. Le poste de Cioran finit rapidement quand le maréchal Ion Antonescu, l’allié de Hitler, se retourna contre la Garde de Fer en 1941 et instaura une dictature militaire.

Les citations référencées de Petreu concernant le journalisme haineux du Cioran des années 1930 n’épargnent aucun sous-sol de sa psyché. S’il admirait avec ambivalence les Juifs comme « le plus astucieux, le plus doué, et le plus effronté des nations », et décrivait l’antisémitisme comme « le plus grand hommage rendu aux Juifs », Cioran les accusait aussi de « vampirisme », de « pervertir » les sociétés qu’ils infiltraient. Le problème juif, écrivait Cioran, était « la malédiction de l’histoire ». Sa plus célèbre ligne sur le sujet ? « Si j’étais un Juif, je me tuerais à l’instant même ».

Après la seconde guerre mondiale, le dramaturge Eugène Ionesco, vivant aussi à Paris mais ennemi de la Garde de Fer, écrivit durement : « Je ne peux pas supporter la vue d’Eliade et de Cioran, même s’ils ne sont plus légionnaires (ou du moins le prétendent-ils) ».

Cioran mérite-t-il le même opprobre qui s’attache maintenant à De Man, Heidegger, Eliade ? Peut-être pas autant, selon le principe familier qu’une dissimulation aggrave le crime, et que la rédemption réside dans l’aveu. Le poète David Lehman, dans l’exposé le plus complet sur le scandale De Man, Signes des temps (Poseidon Press, 1991), montra peu de sympathie pour l’influent théoricien littéraire de Yale qui, quatre ans après sa mort en 1983, fut démasqué par un chercheur belge comme ayant été un journaliste pronazi dans la Belgique de la seconde guerre mondiale. De Man, d’après Lehmann et d’autres, mentit sur son passé tout comme Eliade dissimula des aspects du début de sa vie. Des livres similaires comme la biographie de Heidegger par Hugo Ott ont révélé le nazisme enthousiaste de Heidegger et ses efforts mesquins pour ressembler à une victime des circonstances.

Cioran, par contre, semble avoir évolué de la peur au regret puis à un mélange d’étonnement et de honte. Petreu reconnaît que Cioran a pu être motivé par des raisons égoïstes pour se distancier de son œuvre des années 1930. Pourtant, dans sa vieillesse, pense-t-elle, il « avait substantiellement reconsidéré ses anciennes idées et en était venu à les détester profondément ». Dans une lettre de 1979, il décrivit Transfiguration comme « inacceptable ».

« Je ressentais un complexe d’infériorité qui frisait la folie… », confessa Cioran à un endroit concernant son analyse des Juifs dans Transfiguration de la Roumanie. « Il est impossible de ne pas voir dans ces pages une secrète passion pour les Juifs ». A un autre endroit il blâma le livre pour son « délire », répétant après Nietzsche que « nous sommes les victimes de nos tempéraments ». En 1946, il écrivit qu’il était devenu « immunisé contre toute croyance ». Petreu voit son premier livre parisien – Une courte histoire de la décadence (1949) – comme des excuses indirectes.

La complication dans le parcours d’après-guerre, introspectif et presque dadaïste, de Cioran, est qu’il n’abandonna jamais son désir d’avoir un profil de mauvais garçon. Le même faiseur de phrases doué qui communiquait un esthétisme flamboyant en écrivant « Je rêve d’un monde dans lequel on pourrait mourir pour une virgule », semblait parfois avoir la nostalgie de sa fourche. « Bien que j’aie beaucoup fréquenté les mystiques », écrivait-il, « au fond de moi j’ai toujours été du coté du diable ». Il dit à un interviewer : « Si je n’avais pas écrit, j’aurais pu devenir un assassin ».

Le problème quand on est démasqué est que la nouvelle image prend du temps à se développer. « Tout doit être révisé », continue l’un des aphorismes de Cioran, « même les salauds ».

Cela s’applique probablement à son image post-Petreu. Mais comme tous les auteurs d’aphorismes, Cioran va trop loin. Les livres et les réputations peuvent être révisés. Les vies ne peuvent pas l’être.

notes
Carlin Romano, critique libre pour The Chronicle et critique littéraire pour le Philadelphia Inquirer, enseigne la philosophie et la théorie des médias à l’Université de Pennsylvanie.

Article issu de The Chronicle Review, Volume 52, Issue 22, Page B12

Iraq, la strategia di Bush e la Führerbunkersyndrome


Iraq, la strategia di Bush e la Führerbunkersyndrome
Ezio Bonsignore, 11 gennaio 2007


La decisione del Presidente Bush di inviare altri 20mila soldati in Iraq (contro la volontà chiaramente espressa della maggioranza del popolo americano, contro il parere concorde di un comitato congiunto appositamente creato da tutte le parti politiche, contro i suggerimenti sempre più allarmati del suo stesso partito, contro i consigli dei vertici militari, insomma contro tutto e contro tutti, e basandosi invece esclusivamente su un uso sempre più anti-democratico delle sue prerogative di Commander-in-Chief e sulla sua profonda convinzione messianica di aver ricevuto da Dio una missione che deve essere portata a termine ad ogni costo) configura con chiarezza un caso di quella che i Tedeschi chiamano la “Führerbunkersyndrome”, la sindrome del bunker del Führer.

Un capo politico-militare isolato nel suo centro di comando perde progressivamente il contatto con la realtà e si rifiuta di riconoscere che una guerra di aggressione, che egli stesso ha scatenato senza alcuna reale necessità, è ormai persa malamente ed è persa soprattutto a causa delle sue stesse decisioni. Il capo rigetta quindi questa realtà che non gli piace e si rifugia sempre più in un suo mondo irreale, continuando a formulare strategie sempre più campate in aria e a emettere ordini sempre più insensati, ma che secondo lui dovrebbero inevitabilmente portare all’immancabile vittoria finale.

Un corollario di questo atteggiamento è che chiunque non sia d’accordo col capo e osi formulare delle critiche viene immediatamente messo da parte. Questo è appunto quello che è successo al generale Casey e al generale Abizaid, rispettivamente comandante delle forze Usa in Iraq e comandante del Central Command, ambedue rimossi pochi giorni fa dai loro rispettivi incarichi per aver espresso la loro convinzione che l’aumento di truppe deciso dal Presidente non servirà a nulla e sarà anzi controproducente. Così, alla fine l’entourage del capo viene a essere costituito esclusivamente da persone, la cui principale se non unica qualificazione per il loro incarico consiste nella disponibilità ad accettare supinamente qualsiasi decisione venga formulata dal capo.

Per quanto riguarda l’Iraq, per esplicita dichiarazione del presidente Bush nel suo discorso i 20mila uomini in più sono destinati soprattutto a “garantire la sicurezza di Baghdad”. Si tratta cioè di condurre un massiccio rastrellamento contro la cosiddetta Sadr City, cioè la grande sezione di Baghdad con una popolazione stimata a circa due milioni di persone che è attualmente controllata dalle milizie del fondamentalismo sciita e dove né i soldati americani né le forze del governo iracheno osano da tempo mettere piede. Come il Presidente ha tranquillamente ammesso, l’operazione comporterà un bagno di sangue, il cui prezzo sarà però pagato soprattutto dalla sventurata popolazione civile irachena.

Quella che il presidente Bush ha cercato nel suo discorso di spacciare come “una nuova strategia” per l’Iraq è quindi invece esattamente la stessa fallimentare strategia, che l’amministrazione Usa ha ostinatamente perseguito negli ultimi anni: la tragica convinzione che l’uso della forza militare sia la ricetta magica per risolvere qualsiasi difficoltà di politica internazionale e che quindi sia, ad esempio, possibile domare una rivolta generalizzata e una guerra civile esclusivamente mediante la repressione e senza alcun reale progetto politico, a parte le ormai francamente indigeribili sparate retoriche circa la riconciliazione e la democrazia in Iraq. Non per nulla il comando delle forze di terra in Iraq è ora affidato al generale Odierno, che quando era alla guida della Quarta divisione di fanteria nel 2003-2004 si fece una fama poco simpatica per la sua politica di indiscriminata brutalità contro gli Iracheni e la sua convinzione che la violenza fisica fosse l’unica cosa che essi capivano.

Ma siccome l’esperienza e la storia dimostrano che le rivolte e le guerriglie partigiane non si domano in questo modo, la perversa ostinazione del presidente Bush avrà come unico risultato pratico quello di rendere pressoché inevitabile che l’avventura militare americana in Iraq si concluda in un fallimento molto simile al disastro in Vietnam, ma ancora più grave e dalle conseguenze strategiche incomparabilmente più serie non solo per gli Stati Uniti, ma anche per tutto il resto del mondo.

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: l’allarmante percezione che gli Stati Uniti sono guidati da una persona che – diciamo - si comporta come se avesse qualche difficoltà a mantenere il proprio equilibrio mentale ha delle implicazioni che vanno bene al di là della pur gravissima situazione irachena. Bush ha ancora due anni di potere come presidente ed è assolutamente determinato a portare a termine quella che vede come la sua missione e a lasciare la sua impronta nella storia – e ci sono purtroppo delle ottime ragioni per temere che questa impronta sarà stampata nel fango e nel sangue. Le chiare minacce che il Presidente ha espresso nel suo discorso nei confronti della Siria e dell’Iran potrebbero forse, se espresse da un altro personaggio e in un contesto diverso, essere viste come un’attenta applicazione del principio del bastone e della carota, ma venendo da lui - e in questo momento - sono poco meno di una dichiarazione di guerra.

Appare quindi pressoché inevitabile che prima della fine del suo mandato, Bush attaccherà certamente l’Iran e forse anche la Siria, in una perversa ‘fuga in avanti’ basata sulla convinzione che allargare un conflitto che non si riesce a vincere sia l’unico modo per vincerlo. E’ un po’ come Hitler che attacca la Russia, perché non riesce a piegare la Gran Bretagna.

Il resto del mondo si trova quindi a dover decidere come affrontare e nei limiti del possibile gestire una situazione, in cui la maggiore superpotenza del globo è guidata da un George W. Bush la cui personalità sta rivelando aspetti sempre meno piacevoli. Il Presidente è chiaramente impenetrabile a qualsiasi suggerimento o pressione sul piano politico, sia che vengano dagli stessi Stati Uniti e men che meno da fuori (si guardi che fine ha fatto Tony Blair con la sua ‘relazione privilegiata’ con gli Usa e la sua convinzione di riuscire a influenzare Bush!). E anche se dovesse capitare qualcosa a Bush sul piano fisico o su quello legale, cadremmo dalla padella nella brace, perché il nuovo presidente sarebbe Dick Cheney, che è con tutta evidenza ancor meno equilibrato di Bush.

Visto che il presidente Bush non può essere né convinto né fermato e viste quali sono le sue intenzioni, non si vede altra soluzione politica per i Paesi dell’Occidente che allentare deliberatamente i legami politici, strategici e militari che attualmente ci uniscono se non agli Stati Uniti in quanto tali, certo a questa amministrazione