Wednesday, February 28, 2007
Wednesday, February 21, 2007
CIO’ CHE LA RINASCITA DI MCDONALD CI DICE SUL CAPITALISMO USA

CIO’ CHE LA RINASCITA DI MCDONALD CI DICE SUL CAPITALISMO USA
DI PHIL HEARSE
Marxsite.com
Negli ultimi anni 90 il Mc Donald è stato considerato un minorato tra le principali multinazionali. Le vendite crollarono quando in Europa e negli Stati Uniti le persone, stanche dei panini, optarono per le moltitudini di alternative di fast food. In Usa, in particolare, per i tex-mex. L’azienda fu colpita da una raffica di critiche sui danni causati dal cibo all’ambiente e alla salute, e dagli attacchi contro le operazioni anti sindacato di cui andavano fieri. Le azioni scivolarono a un minimo storico, si diede il via a un programma per la chiusura dei ristoranti e alcuni dei franchising vennero smantellati – brutta notizia per un’azienda che punta sui franchising circa per la metà dei suoi ristoranti.
Ora la novità è un’altra. Si ingigantiscono le vendite in ogni trimestre – nel corso dell’ultimo nel 2006 l’utile è aumentato del 6.4% e il valore delle azioni è salito del 25% nello stesso anno. E le ragioni di questa ripresa spiegano il capitalismo contemporaneo, in particolare quello americano. Nonostante per il McDonald la più grande area d’espansione internazionale sia nel grande potenziale di mercato della Cina, il maggiore volume d’affari si registra in terra nordamericana.
Qui il McDonald ha risposto con due passi fondamentali: primo, i suoi ristoranti rimangono aperti più a lungo e, secondo, ha ampiamente diversificato il menù. Quest’ultima è stata una strategia più che ovvia visto che la clientela si trova sommersa dai panini. Il primo punto sarebbe stato meno scontato negli anni 50 e 60, ma oggi è la carta vincente. E’ così riassunto da John Glass, come riportato nel Business Week: “ I giorni delle persone sono più lunghi. Così come l’orario di apertura del McDonald. Questa è l’evoluzione naturale per fare più affari”.
Si potrebbe dire “evoluzione naturale” in termini di strategia di vendite del McDonald, ma di certo non è un’evoluzione naturale per lo stile di vita dei lavoratori americani. Adesso più del 40% di tutti i McDonald sono aperti 24 ore al giorno – un aumento spettacolare negli ultimi cinque anni. Molti di coloro che hanno alcune ore di chiusura hanno esteso le ore di apertura oltre le precedenti 17 ore, dalle 6am alle 11 pm. Rimanere aperti tutta la notte significa agguantare l’esercito dei lavoratori flessibili o di chi lavora per molte ore di seguito, nella nazione regina tra quelle che dormono meno per notte. Come precisano in un punto franchising in North Carolina “ci sono così tanti clienti là fuori a tutte le ore del giorno, che anche noi dobbiamo esserci”.
Il punto di svolta – che risale al 1998 quando iniziò il programma di riforma della compagnia - è la prevalenza di piatti da colazione nel menù. Le vendite dalle 5 alle 11 di mattina costituiscono circa il 30% del totale delle vendite di una giornata. Fare colazione fuori è un business molto importante negli Stati Uniti, molto più che in Europa. Ti dice molto circa la struttura del giorno lavorativo dall’altra parte dell’Atlantico.
Gli attenti osservatori delle serie televisive americane, come NYPD Blue ad esempio, noteranno che durante l’interrogatorio i sospettati sono sempre usciti di casa la mattina “intorno alle 6.45 ” o “alle 7 ”. Naturalmente ci sono molti lavoratori in Europa che escono di casa a quest’ora, ma molti milioni che generalmente iniziano la giornata alle 9 e non escono di casa prima delle 8.
Ma non sono soltanto il prolungamento delle ore di apertura e la concentrazione sulla colazione ad essere sintomi rivelatori di una nazione dove le persone sono create per lavorare sempre più a lungo e più duramente. Anche il pranzo è rivelatore. Quasi i due terzi del business statunitense del Mc Donald si consuma al Mc Drive. Un pranzo particolarmente appetibile per questi autisti è lo Snack Wrap – una striscia di pollo strafritto con formaggio, insalata e salsa in una tortilla ripiegata. Prima che venisse lanciato lo scorso agosto, l’azienda aveva testato la dimensione della tortilla e la consistenza della salsa per risolvere qualche dubbio cruciale – era facile mangiare con una mano e guidare con l’altra? e la salsa sarebbe colata?
Quindi, non solo sempre più lavoratori americani non hanno tempo per mangiare a casa, ma molti di loro devono mangiare mentre guidano, o mentre vanno verso il posto di lavoro o addirittura mentre lavorano.
Trasformare il giorno in un’occasione di profitto di 24 ore è un processo circolare. Mentre il McDonald con il suo immenso numero di outlets domina il mercato della colazione, gli altri competitor come Burger King, Wendy’s, Starbucks e Dunkin’Donuts stanno rapidamente tentando di rivolgersi a quella fetta di mercato. Questo comporta una sezione più ampia della forza lavoro del ristorante, ovvero centinaia di migliaia di persone, impiegate anche nelle ore notturne. Un altro giro di vite neoliberista.
Mentre la compagnia sta cercando di raggiungere i clienti che resistono agli hamburger con una gamma di nuovi prodotti e con le iniziative di McCafè, i piatti più famosi rimangono il doppio cheeseburger e le patatine fritte. Entrambi abbondano in grassi e sodio.Altre aziende hanno tentato di ridurre o eliminare i ‘trans fats’ [un tipo di grassi saturi dannosi per la salute n.d.r.] dai loro prodotti, ma il McDonald sostiene che questo è a scapito del gusto. A riguardo Michael Jacobson, direttore del Center for Science in the Public Interest, osserva che “più persone vanno da McDonald, meno salute c’è”.
E qui c’è un altro giro di vite per la salute. Un report del 2004 ha dimostrato che le persone che dormono meno ore per notte hanno raggiunto livelli ormonali che causano fame, e hanno più probabilità di essere sovrappeso. Le persone in sovrappeso sono maggiormente esposte a disturbi del sonno, e si crea così un circolo vizioso di peggioramento della salute.
Sono passati 150 anni da quando Marx affermò che il modo con cui il capitalismo aumenta il plusvalore e quindi i profitti, è estendere la giornata lavorativa. Neoliberismo significa che le persone devono lavorare più sodo e più a lungo. Significa molte meno opportunità per pranzare seduti a tavola fra amici e parenti. Significa meno tempo per socializzare e più atomizzazione, stress, meno ore di sonno e maggiore solitudine. Questa è l’idea centrale delle trasformazioni portate dal neoliberismo – una controrivoluzione nel processo lavorativo, che aumenta sia la lunghezza del giorno che la sua intensità.
Marx disse: “Essere davvero ricchi significa essere ricchi di tempo libero”. E non è una scelta possibile per la maggior parte dei lavoratori di oggi, sia nei paesi avanzati che in qualsiasi altro luogo.
Fonte: http://www.marxsite.com/
Tuesday, February 20, 2007
Capitalismo o Sistema criminale?

Capitalismo o Sistema criminale?
Qual è il vero modello economico nel mondo di oggi?
Antonella Randazzo per www.disinformazione.it - 9 febbraio 2007
Il capitalismo viene definito come un sistema economico e sociale in cui il capitale privato viene investito in attività economiche, stabilendo una separazione fra chi possiede i mezzi di produzione e chi offre la propria manodopera. Le caratteristiche essenziali sarebbero la libertà economica, la competitività e il libero mercato. Ma oggi nel mondo prevale davvero un modello con tali caratteristiche? Forse sarebbe più esatto sostenere che esistono più "capitalismi". Ne possiamo distinguere almeno due tipi: un tipo di capitalismo che chiameremo "teorico" e un altro definito capitalismo selvaggio o dei compari. Il capitalismo teorico coincide con la definizione classica del capitalismo quale sistema basato sull'imprenditoria privata. Il secondo tipo è stato definito "capitalismo dei compari" dall'economista Premio Nobel Joseph Stigliz[1], in riferimento al gruppo di imprese statunitensi che si appropriano delle risorse del paese e intascano grossi profitti. Le grandi imprese americane ricevono dal governo enormi somme, attraverso il Corporate Welfare. Spiega Stigliz:
Gli imprenditori generalmente sono contrari ai sussidi, tranne che per se stessi... il cosiddetto Corporate Welfare sembra quasi un omaggio delle abbondanti risorse del nostro paese. Le società minerarie, per esempio, possono sfruttare queste risorse praticamente per niente. Quando, nei primi anni dell'amministrazione cercammo di farle pagare, fummo messi in minoranza... Fino al 1993 avevamo concesso a titolo gratuito l'utilizzo delle nostre frequenze e le emittenti televisive e radiofoniche del paese, i magnati dei media, avevano costruito così le loro fortune. I progressi compiuti dalla teoria economica avevano dimostrato che era possibile indire delle gare di appalto e incamerare a nome e per conto dei cittadini americani il valore di queste risorse che appartenevano loro di diritto... Raggiungemmo un accordo con il capogruppo dei repubblicani al senato, Robert Dole, per introdurre una tassa a carico delle emittenti televisive per l'uso dello spettro e per un breve periodo sembrò che la cosa potesse andare in porto. Ma alla fine, la reazione dei media contro questo progetto riuscì a soffocarlo.[2]
L'élite americana del capitalismo selvaggio riceve sussidi dallo Stato, oppure, grazie alle loro lobby, ottiene sconti fiscali per milioni di dollari.
Questo tipo di capitalismo grava su tutti i cittadini, in quanto le ricchezze dell'élite dominante sono pagate dai cittadini.
Il capitalismo selvaggio o dei compari viene sostenuto dai governi americani in tutti i settori. Ad esempio, la guerra per il petrolio dell'Iraq è pagata dai contribuenti americani, ma i vantaggi dell'appropriazione dei pozzi petroliferi vanno alle grandi società petrolifere private come la General Electric e la Halliburton. Anche la ricerca scientifica negli Usa è spesso sovvenzionata con denaro pubblico, ma quando i ricercatori raggiungono un importante risultato, i capitalisti selvaggi possono brevettarlo e ottenere profitti privati da un investimento pubblico.
Nel capitalismo teorico c'è libertà imprenditoriale (basta avere il capitale) e l'imprenditore persegue il benessere materiale della propria famiglia e di riflesso anche della società. Nel capitalismo dei compari, invece, non c'è un obiettivo di benessere sociale, ma soltanto di accumulazione senza fine dei capitali. Cioè bisogna espandersi all'infinito, come se ciò fosse possibile. La ricchezza deve per forza aumentare, ma ciò non dovrà corrispondere al maggior benessere di tutte le persone, ma semplicemente all'aumento fine a se stesso del capitale finanziario. Come osservano gli studiosi del gruppo Marcuse:
La nostra organizzazione socioeconomica esige che la ricchezza prodotta non smetta di aumentare, anzi che aumenti sempre più velocemente. E' necessario che il tasso di crescita sia sempre superiore a quello dell'anno precedente. In tale contesto, una crescita "soltanto" costante della ricchezza nazionale costituisce un insopportabile rallentamento, di cui noi subiamo le conseguenze più o meno a breve termine, poiché le nostre risorse si riducono sempre più ai soli redditi monetari... un buon numero di evoluzioni, quali l'urbanizzazione e l'estensione del salariato, spesso percepite unilateralmente come progressi, hanno anche reso gli individui sempre più dipendenti da un movimento economico che è sempre più indipendente dai loro bisogni.[3]
La pretesa di una crescita infinita crea una spirale distruttiva, in cui la crescita ritenuta necessaria avviene a discapito della salute e della vita umana.
Il capitalismo teorico prevede la possibilità per tutti di intraprendere un'attività economica, a seconda delle proprie aspirazioni e dei propri talenti. Il capitalismo selvaggio elimina la concorrenza in maniera spietata, utilizzando metodi mafiosi e terroristici. Negli ultimi venti anni, le Corporation hanno acquisito un potere mai avuto prima, a discapito delle piccole e medie imprese. Le grandi imprese sono "entità virtuali" ma hanno diritti come gli esseri umani. Esse non hanno alcun legame con luoghi particolari, eppure esercitano potere ovunque. Oggi possono utilizzare l'arma del "ricatto occupazionale", potendo trasferire l'attività industriale nei luoghi in cui la manodopera costa pochissimo e dove ottengono privilegi fiscali. Attraverso il Wto sono state imposte regole che difendono il potere dell'élite economico-finanziaria, eliminando concorrenza e competitività. Spiega Colin Crouch:
Il capitalismo post-industriale... ha iniziato il tentativo di smantellare gli accordi fatti dai suoi predecessori nell'industria e abbattere le barriere alla commercializzazione e mercificazione imposte dal concetto di cittadinanza tipico degli anni Cinquanta-Sessanta. In questo è stato fortemente aiutato dal World Trade Organisation (Wto)... (che) non riconosce altre priorità umane... L'unico diritto che il Wto protegge contro la libera concorrenza è il diritto di brevetto - da qui il suo appoggio alle multinazionali farmaceutiche per impedire ai Paesi poveri di mettere in commercio medicine di vitale importanza in preparazioni economiche e competitive.... Il Wto ha identificato il welfare state, compresi la pubblica istruzione e i servizi sanitari, come aree che dovrebbero essere aperte al mercato o alla privatizzazione... In seguito a queste pressioni, i contenuti del concetto di cittadinanza sono stati messi in discussione ovunque.[4]
Nel capitalismo selvaggio, i concetti considerati propri del capitalismo, quali "competitività" e "libero mercato", vengono dunque a costituire principi validi, di fatto, soltanto per la classe media e la gente comune. L'élite dominante, lungi dal rispettare le regole, basa il suo potere sulle agevolazioni e le sovvenzioni dello Stato, e sulla possibilità di infrangere qualsiasi legge, valendosi dell'egemonia finanziaria ed economica. In un sistema siffatto, le grandi Corporation concludono accordi fra loro, rafforzando così il loro potere.
Il capitalismo teorico deve nascere nella libertà di azione dell'uomo, e deve tendere a dare benessere materiale in modo spontaneo, senza pressioni di alcun genere. Il solo limite consiste nel rispetto delle leggi e dei diritti umani universali.
Il capitalismo selvaggio, invece, mette al primo posto la sopravvivenza dello stesso sistema economico iniquo, mentre le vite umane possono essere spezzate a milioni pur di salvaguardare lo status quo. Tale sistema è basato sull'esistenza di un'area demografica agiata, che lo rafforza attraverso il consenso ideologico e il consumismo. Ma per la sua sopravvivenza occorre anche un'area disagiata. Per abbassare il costo del lavoro occorre che essa sia quanto più possibile ampia. Il sistema del capitalismo selvaggio attua tecniche di vario genere per creare povertà ed eliminare la manodopera in sovrappiù, distruggendo le economie dei paesi più deboli. Esso si impone con la forza, e fa credere che l'economia sia una scienza esatta e quindi immune da ogni libera dissertazione. Ma l'economia non può essere una scienza esatta come la matematica, la fisica o la chimica, perché si basa sulle capacità d'arbitrio dell'uomo e possono esistere più sistemi economici.
Come la Sociologia o la Psicologia , anche se utilizza la matematica, non può dirsi una scienza "pura". Le "leggi" che possono emergere dalle analisi o dalle ricerche economiche hanno sempre un margine di arbitrio, devono essere sottoposte all'analisi empirica, e non possono assurgere a conoscenze assolute e immodificabili. Ritenere che la disoccupazione, la povertà o la guerra debbano per forza esistere significa abbracciare il modello economico che l'élite dominante ci presenta come unico possibile o come migliore. Essa esercita tutto il suo potere per fare in modo che il suo modello non venga messo in discussione da nessuno, nemmeno dagli stessi economisti. L'élite dominante assolda i propri "economisti" e assegna loro i posti più importanti nelle università, curandosi che soltanto determinate idee e teorie saranno diffuse.
Ad esempio, negli anni Ottanta e Novanta impose la cosiddetta "Scuola di Chicago", e dette fama a mediocri economisti, come Robert Lucas, disposti a sostenere che l'economia avesse una sua propria razionalità perfetta e in grado di garantire un perfetto equilibrio. Di conseguenza, non occorreva alcuna legge o intervento dello Stato. Secondo questa teoria, l'economia sarebbe come un'entità perfetta a sé stante, capace di una perfezione che nessun essere vivente possiede. Gli economisti della scuola di Chicago dovevano convincere tutti che era necessario "globalizzare" l'economia e distruggere il potere dei governi. Le tesi più insensate vennero sostenute da questi economisti, come spiega Walter Graziano:
Qualsiasi economista che non appartenesse (alla) corrente o che osasse rinnegarla era guardato poco meno che come un dinosauro... Se non avesse agito sotto l'ala protettrice di Chicago, con queste teorie Lucas avrebbe probabilmente suscitato grande ilarità... Secondo Lucas... se il governo non si immischia in faccende economiche si riuscirà facilmente a raggiungere un tasso pieno di occupazione... come per magia arriverà la piena occupazione... anche i migliori stipendi possibili per tutti i lavoratori di qualsiasi paese del mondo e di qualsiasi epoca.[5]
I capitalisti selvaggi impongono restrizioni di tipo culturale, economico e politico; il sistema che loro prediligono è la dittatura. La libertà è libertà per loro stessi di dettare le regole, di eliminare la competitività e di decidere chi deve andare avanti e chi deve essere portato al fallimento. Secondo questo modello deve dominare un'unica cultura, un unico gruppo e un unico potere politico. Per questo motivo le popolazioni devono essere tenute sotto controllo, anche nella loro crescita demografica. Thomas Robert Malthus (la sua teoria sarà ripresa da Lucas) sosteneva che le carestie e le epidemie erano "salutari" rimedi all'aumento demografico, indicato come problema più grave del pianeta. L'élite anglo-americana è seguace di Malthus, ma si rifà anche alle idee di Charles Darwin, secondo il quale la specie più forte domina, e quella più debole si estingue. Lo scopo di queste teorie è quello di imporre il sistema creato dall'élite dominante anglo-americana, che non lascia libertà né accetta una vera competizione, ma impone un assetto favorevole soltanto a pochi. Un falso capitalismo spacciato per vero.
Le scuole in cui nascono queste teorie sono finanziate dagli stessi personaggi che fanno parte dell'élite, come John D. Rockefeller, finanziatore della scuola di Chicago. Le industrie petrolifere, farmaceutiche, belliche ecc., oggi controllano le maggiori università del mondo. Possono dunque decidere ciò che è "scienza" e ciò che non lo è, ciò che va divulgato e ciò che va occultato. Persino il Premio Nobel per l'economia non è possibile conferirlo liberamente. Infatti, esso in realtà non è un vero Premio Nobel perché non viene dato dalla Fondazione Nobel ma da un gruppo di banchieri della Banca Centrale Svedese. Solo i banchieri si arrogano il potere di valutare i sistemi economici, per paura che le teorizzazioni umane possano spaziare liberamente, come avviene in qualsiasi altro campo dello scibile. Il modello da loro premiato[6] è quasi sempre quello liberale o neo liberale, che non mette in discussione lo strapotere delle banche e delle Corporation.
Oggi l'analisi economica critica viene scoraggiata. Nelle università prevalgono gli studi occultamente dogmatici, in cui la scissione fra teoria e pratica non permette adeguate valutazioni e dissertazioni. Ogni discorso autenticamente critico viene malvisto e caricato di significati nefasti. Gli economisti più brillanti vengono bollati, nella migliore delle ipotesi, come "utopisti", "antiamericani" e "contro ogni sviluppo economico", mentre nella peggiore ipotesi vengono accusati di essere "terroristi". Il modello ultraliberale viene implicitamente considerato come il migliore, e viene indicato come l'unico che possa garantire un sistema democratico. Queste argomentazioni, ovviamente, omettono che questo modello costringe l'80% della popolazione mondiale a vivere in povertà, e utilizza mezzi criminali per impedire alla gente di avere governi democratici.
Lasciare la libertà assoluta a questo gruppo di persone fa sì che si abbia il mondo di oggi, in cui milioni di persone soffrono la fame e la miseria e in cui vige la legge del più forte. Tutto dipende dalle decisioni arbitrarie di queste poche persone: da loro dipende la vita o la morte, l'occupazione o la disoccupazione, l'investimento nell'industria o nelle rendite finanziarie ecc. Da queste persone dipendono anche le crisi economiche, le guerre, l'espansione dell'economia, la recessione ecc.
Oggi l'élite ha deciso di promuovere il capitalismo finanziario, che significa guadagnare denaro sul denaro stesso, senza produrre o lavorare. Coi flussi finanziari si nutre un'economia o la si distrugge, si sceglie chi deve vincere una guerra, o si decide chi deve vivere e chi morire. Ad esempio, nel 1997, il Fmi dette 17 miliardi di dollari alla Thailandia, 57 alla Corea del Sud e 40 all'Indonesia. Gli interessi chiesti erano altissimi. Le condizioni poste costringevano questi paesi a svendere le aziende locali a investitori stranieri. Si prometteva "sviluppo economico", che consisteva negli investimenti delle aziende straniere che andavano a sfruttare la manodopera locale e ottenevano agevolazioni fiscali. Inoltre, il Fmi poneva come obbligo la chiusura di alcune banche e la svalutazione della moneta locale. In tal modo il gruppo di imprese straniere, già molto forti, acquisiva un potere enorme, e bastava ritirare gli investimenti per far crollare l'economia e ottenere altre ricchezze locali a prezzi irrisori.
Cosa che puntualmente avvenne. La distruzione delle economie dei paesi asiatici faceva parte di un ampio piano per ridurre la competitività. Al contrario che nel capitalismo teorico, nel capitalismo selvaggio si distrugge e si uccide pur di non avere concorrenti pericolosi. Il capitalismo selvaggio non vuole concorrenti, non vuole dare libertà se non ai pochi "compari" e diffonde povertà ovunque, spesso con l'inganno. Le vere caratteristiche di questo sistema vengono sistematicamente nascoste dietro argomentazioni filantropiche che fanno credere alla storiella del capitalismo che nel tempo da' benessere a tutti. Gli intellettuali da loro assoldati ricercano formule efficaci per convincere la gente che tale modello è capitalistico e che è il migliore. Ad esempio, Richard N. Haass e Robert E. Litan, direttori del Dipartimento di Politica Estera e di studi economici alla Brookings Institution di Washington, sostengono che gli Usa hanno una "missione" economica nel mondo e che "(non si può) abbandonare l'impegno americano alla diffusione dei mercati e della democrazia in tutto il mondo proprio nel momento in cui queste idee sono in ascesa".[7]
Nel capitalismo selvaggio, "libero mercato" significa la libertà per l'élite dominante di decidere il prezzo delle materie prime e di imporre a tutti i paesi regole favorevoli soltanto a loro stessi. Le autorirà dei paesi del G8 tutelano il loro commercio ma impongono ai paesi poveri di aprire i loro mercati, rafforzando così relazioni economiche diseguali.
Il capitalismo selvaggio, che si erge a modello assoluto e unico, prevede anche la necessità e l'ineliminabilità della guerra. Più il potere si accentra nelle mani di pochi, più si rafforza il militarismo e cresce la possibilità di guerra e di repressione. L'élite diventa feroce, si aggrappa al potere e manifesta un totale disprezzo vero i popoli, che insidiano il suo potere.
Il capitalismo teorico non richiede guerre, anzi, è nella pace che si esprime e si sviluppa, mentre il capitalismo selvaggio, essendo basato sul saccheggio e sulla legge del più forte, ha bisogno della guerra per imporre le sue regole mafiose, che propaganderà come "libertà" e "democrazia".
Gli economisti Lipsey e Lancaster hanno creato una teoria economica detta del "Teorema del secondo best". L'analisi dei due economisti prova che un sistema economico migliore per tutti i cittadini è quello in cui esistono leggi e interventi statali anche nel settore economico.
Ci sono due modi di intendere la partecipazione statale alla vita economica: uno è quello sostenuto dall'élite dei capitalisti selvaggi, che vogliono appropriarsi delle risorse statali col pretesto di "far crescere l'economia". L'altro è quello in cui potrebbe realizzarsi un capitalismo teorico, cioè in cui lo Stato agisce a tutela di tutti i cittadini, specie dei più deboli. Ciò richiede leggi che limitino l'azione delle società, che non sono "autoregolamentabili", ma richiedono, come gli individui, regole e leggi all'interno delle quali poter agire senza calpestare i diritti umani.
L'élite dominante ha cercato in tutti i modi di non diffondere le idee di Lipsey e Lancaster, perché erano diametralmente l'opposto rispetto alla cosiddetta "globalizzazione". Quest'ultima non è altro che l'estensione del capitalismo selvaggio al mondo intero, attraverso il saccheggio e la devastazione dell'economia dei paesi. I capitalisti selvaggi, avendo acquisito attraverso le guerre e attraverso l'egemonia economica-finanziaria un potere enorme, hanno imposto il proprio modello ai popoli attraverso istituzioni spacciate per "internazionali", come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Questi istituti sono nati durante la Conferenza di Bretton Woods, nel 1944, voluta dagli Usa che stavano vincendo la guerra per far capire chi comandava e avrebbe imposto le regole anche in economia.[8] La Bm e il Fmi, attraverso la trappola del debito, hanno costretto moltissimi paesi del Terzo Mondo a distruggere il potere dello Stato e l'economia, provocando miseria e fame per milioni di persone.
Nel capitalismo teorico la "libertà" è libera azione di intraprendere un'attività economica nel rispetto delle leggi, e non libertà totale delle imprese, come fossero poste al di sopra delle leggi. Non può esser data a nessuno la libertà di commettere crimini contro l'ambiente, la salute e la vita umana, nemmeno alle Corporation.
Economia come impresa o come forma di tirannide? Se il potere dell'élite predominerà e si rafforzerà in tutto il mondo, nessun essere umano potrà esprimersi in contrasto con l'ideologia dominante senza subire criminalizzazioni. L'élite al potere crede che lo smantellamento di una sola base americana, o se anche soltanto un piccolo paese potesse avere la libertà di gestire la propria economia, il sistema imposto crollerebbe. Questo spiega la ferocia delle truppe americane contro piccoli paesi come il Vietnam, la Cambogia o Haiti, dove centinaia di migliaia di civili sono stati ferocemente uccisi per "salvare" il capitalismo selvaggio. Oggi continua il massacro, in Iraq, in Afghanistan, in Birmania, in Somalia, in Nigeria, in Sud America, in Liberia e in molti altri paesi. Le lotte social-comuniste contro il capitalismo non hanno fatto abbastanza chiarezza su cosa si intendesse per "capitalismo" e non hanno messo a fuoco quest'élite crudele, disposta a tutto pur di rimanere al potere. Non si tratta di lottare contro un sistema economico, ma contro un sistema mafioso, un gangsterismo, che si basa sulla legge del più forte e sperimenta sempre nuove armi per piegare i popoli. Nessuno è al sicuro. Occorre capire gli inganni e rifiutare i crimini che per tanto tempo ci sono stati propagandati come necessari perché parte del "capitalismo". Oggi forse occorrerebbe dire "uomini di tutto il mondo, unitevi!". Non si tratta di fare un'altra guerra, ma di acquisire la più profonda consapevolezza che la guerra, il crimine, l'abuso, la povertà, la miseria e la diseguaglianza non sono caratteristiche ineliminabili della realtà umana. Un futuro senza questi crimini è possibile se si sottrae potere a quelle poche persone che hanno creato l'attuale sistema.
Antonella Randazzo ha pubblicato Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell'era dell'egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittatori. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
[1] Stigliz Joseph E., I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell'economia, Einaudi, Torino 2004, p. 254.
[2] Stigliz Joseph E., I ruggenti anni Novanta, Einaudi, Torino 2004, pp. 100-104.
[3] Gruppo Marcuse, Miseria umana della pubblicità, Elèuthera, Milano 2006, p. 53.
[4] Crouch Colin, Postdemocrazia, Edizioni Laterza, Bari 2005, p. 95.
[5] Graziano Walter, Hitler ha vinto la guerra, Arcana, Roma 2005, p. 26-27.
[6] Ad esempio, i premiati del 2005 sono stati Thomas C. Schelling e Robert J. Aumann per il lavoro intitolato“Teoria del Gioco”. Entrambi i personaggi appartengono al gruppo di intellettuali che sostengono l'amministrazione Usa. Nella "Teoria del Gioco" la guerra appare come un qualsiasi aspetto da studiare più che un terribile male da estirpare.
[7] Johnson Chalmers, Gli ultimi giorni dell'impero americano, Garzanti, Milano 2001, p. 300.
[8] Per maggiori approfondimenti si veda: Antonella Randazzo, La nuova democrazia. Illusioni di civiltà nell'Occidente ad egemonia Usa, Edizioni Zambon, 2007 e Dittature. La storia occulta, Edizione Il Nuovo Mondo, 2007.
I TELEGIORNALI DI PULCINELLA

I TELEGIORNALI DI PULCINELLA
La manipolazione dell'opinione pubblica nei Tg italiani
di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it - 19 febbraio 2007
Autrice del libro: "DITTATURE: LA STORIA OCCULTA"
I giornalisti dei nostri telegiornali sono diventati presentatori e pubblicitari. Altre competenze, ben diverse dall'informazione obiettiva e "sul campo". I servizi giornalistici sembrano creati ad arte per mostrare alcune cose e nasconderne altre. In un paese in cui sempre meno persone leggono i giornali, l'informazione televisiva rappresenta per la maggior parte della popolazione l'unica fonte d'informazione. Molte di queste persone credono che i telegiornali li informino su ciò che accade nel mondo, e si troverebbero increduli di fronte al solo pensiero che i Tg possano essere utilizzati per manipolare le loro opinioni. Eppure ciò appare sempre più evidente, dall'omissione di elementi indispensabili per capire i fatti, dall'alterazione di alcune notizie e dall'assenza di altre.
L'opinione pubblica è fondamentale per la stabilità di un sistema, e nel nostro sistema viene formata attraverso il bombardamento mediatico. Per mantenere la stabilità, nell'attuale assetto politico-economico, occorre che l'opinione pubblica sia piegata a ciò che è funzionale al sistema e non apprenda alcune verità. Ciò rende il potere mediatico notevolmente importante. Il controllo da parte del potere avviene oggi all'interno delle nostre case, attraverso la Tv. La manipolazione dell'informazione è sempre più sistematica, progettata per essere efficace e per rimanere nascosta agli occhi dei cittadini. Le agenzie internazionali (americane, europee o giapponesi) che forniscono le informazioni, sono supportate da agenzie di propaganda, soprattutto americane, che pianificano non soltanto cosa rendere noto ma soprattutto "come" dare informazione. La quantità di notizie viene sfoltita e ridotta al 5/10% del totale.
La verifica delle fonti e l'utilizzo del senso critico sono ormai capacità atrofizzate dall'assumere passivamente il punto di vista delle poche agenzie che informano centinaia di paesi, come la Adnkronos e l'Ansa. Considerando come assolute alcune fonti e ignorandone altre, l'informazione è già alterata in origine, derivando da un unico punto di vista, che nel contesto appare oggettivo. Di tanto in tanto, nei nostri Tg, appare qualche debole critica, ad esempio contro il governo statunitense. Si tratta delle cosiddette “fessure controllate”, cioè critiche fatte ad oc per generare fiducia nel Tg, ma che risultano vaghe e discordanti.
Alcune notizie assumono nei Tg un certo rilievo, soprattutto quelle che evocano emozioni. Suscitare associazioni emotive e commozione è diventato uno degli scopi principali dei Tg. I fatti di cronaca, specie se si tratta di delitti contro bambini, si prestano a questo scopo, e quindi talvolta occupano uno spazio ampio dei telegiornali. Si tratta di un modo per distrarre l’attenzione pubblica da altri fatti assai più importanti per la vita dei cittadini. In altre parole, vengono amplificate notizie (di solito di cronaca o relative ad uno specifico problema) che non mettono in pericolo il sistema, per evitare di trattare altri argomenti "scottanti" e pericolosi per l'assetto che i politici hanno il compito di proteggere. Ad esempio, siamo stati indotti a parlare a lungo dei Pacs (una legge che sarebbe stato ovvio approvare senza tanti problemi), mentre si occultavano, tra le altre cose, le spese ingenti per la "difesa". Nessun telegiornale ha detto che parte del Tfr dei lavoratori andrà per spese belliche.
In questi ultimi tempi, un altro argomento, che viene utilizzato dai Tg per dirottare l'attenzione su fatti non pericolosi per il sistema, è quello dei malati gravi che chiedono l'eutanasia. Invece di approvare una legge che ponga fine al problema, il nostro sistema utilizza questi casi disperati (ieri quello di Welby, oggi quello di Nuvoli), per riempire spazi e suscitare angoscia e commozione. Si stimola la parte emotiva dei telespettatori, per coinvolgere in una questione umana drammatica, senza far capire che il potere di risolvere il problema è nelle mani proprio di chi sta strumentalizzando cinicamente il fatto.
Spesso alcune notizie sono oggetto di "sovrinformazione", cioè se ne parla in molti programmi e abbondantemente. Ciò avviene o per focalizzare l'attenzione soltanto su alcuni aspetti e fare in modo che i cittadini si sentano abbastanza informati e non vadano ad informarsi altrove (come nel caso della finanziaria o del Tfr), oppure per dare l'impressione che ci sia un'abbondante informazione. Ma si tratta di informazioni ripetitive, che non spiegano davvero la questione e talvolta la manipolano. Paradossalmente, il cittadino viene sommerso di "informazione" per fare in modo che rimanga disinformato. La sovrinformazionze può riguardare anche temi banali, come la separazione di una coppia nota, o l'uso di droga da parte di un personaggio famoso. In questi casi si tratta di distogliere l'attenzione da decisioni o eventi politici che stanno accadendo nel paese, e di cui occorrerebbe parlare, ma non risulta conveniente al sistema.
Si sta affermando sempre più il metodo americano di creare trasmissioni giornalistiche o televisive organizzate da agenzie di Pubbliche Relazioni, per manipolare l'opinione pubblica su un determinato argomento. L'argomento di solito è emerso all'attenzione pubblica senza che il sistema potesse impedirlo (ad esempio, la Tv spazzatura o la violenza giovanile). A queste trasmissioni partecipano personaggi accuratamente selezionati, che in apparenza sembrano avere opinioni diverse, ma in realtà esprimono tutti un unico punto di vista, che si vuole far apparire come unica verità. Talvolta è l'assunto di base della conversazione ad essere errato, ma viene acquisito come vero da tutti i partecipanti. Spesso si utilizza la figura dell'"esperto" che è abbastanza persuasiva, rappresentando il mondo della "scienza", che si intende come fonte di verità oggettiva.
L'informazione dei Tg viene falsata in maniera sempre più sottile e manipolatoria. Quando vengono sollevate smentite, soltanto in pochi casi viene reso pubblico. Lo spazio e l'ordine dato ad un'informazione sono molto importanti per valorizzare la notizia o sminuirla. Alcune notizie passano inosservate perché vengono dette per ultime e frettolosamente, mentre ad altre si dedica molto tempo all'inizio del Tg. Si stabilisce quindi una gerarchia in ordine all'importanza e al rilievo che si vuole dare alla notizia. Si privilegiano alcune notizie, altre vengono emarginate e altre ancora occultate.
L'informazione obiettiva è quella contestualizzata, verificata alla fonte e commentata da opinionisti di diverse tendenze. Sentire le opinioni dei politici di entrambi gli schieramenti serve a dare l'idea che si stanno sentendo più punti di vista, ma ciò spesso non è vero, perché la maggior parte dei politici non attua una vera critica al sistema, e si limita a spiegare le divergenze rispetto all'altro schieramento. Il sistema politico-economico attuale è sempre più intoccabile, e coloro che lo criticano appaiono sempre meno in televisione. Nei Tg, le notizie vengono date come fatti isolati dal contesto, per impedire una comprensione approfondita. Si tende ad esagerarne un aspetto, che è sempre quello più emotivo. Lo stesso titolo talvolta è già gran parte della mistificazione, perché da esso si inferisce se si tratta di una cosa giusta o sbagliata, da approvare o da disapprovare. Ad esempio, quando si danno notizie sull'Iran si tende a far apparire questo paese colpevole di qualcosa, e i titoli sono "L'Iran sfida la comunità internazionale", oppure "L'Iran si ostina sul programma nucleare". I paesi indicati dalle autorità Usa come nemici diventano automaticamente nemici anche per le nostre autorità, che li criminalizzano in modo impietoso, evitando di menzionare le continue minacce e la preparazione alla guerra contro l'Iran da parte degli Stati Uniti. Si manipola l'opinione pubblica italiana a pensarla come le autorità americane, e a ritenere che alcuni paesi debbano essere colpiti perché "pericolosi". Non si danno notizie sui numerosi crimini e attentati terroristici attuati dalle autorità Usa nel mondo, se non quando ciò risulta inevitabile. I nostri telegiornali si limitano a parlare di "attentati terroristici" in Iraq, Afghanistan o in altri paesi, senza raccontare la situazione vera. Ad esempio, non parlano mai della resistenza irachena e afghana, anche se ormai molti sanno che questi paesi sono occupati e che la popolazione cerca in tutti i modi di resistere (anche con metodi pacifici) all'invasore.
Difficilmente le notizie su paesi in guerra vengono spiegate in maniera approfondita, fornendo gli antecedenti politici, economici, internazionali, ecc. che possano far capire i fatti e le situazioni attuali. La decontestualizzazione è quindi uno dei modi per disinformare dando l'impressione opposta. Il fatto viene slegato da altri fatti che lo renderebbero più comprensibile. Ad esempio la violenza negli stadi viene slegata dal fenomeno della violenza nei giovani e dalle pressioni mediatiche che incitano alla violenza.
Il tono e il tipo di linguaggio utilizzato influiscono su come l'informazione viene percepita. Il tono può essere dispregiativo, di condanna, oppure enfatico ed entusiasta. Il tono dà un significato positivo o negativo alla notizia. La scelta delle parole è molto importante nel lavoro propagandistico, perché ogni parola è evocativa di significati o di emozioni e quindi deve essere scelta accuratamente per ottenere gli effetti voluti. Ad esempio, per trasmettere un senso di negatività, i gruppi considerati pericolosi per il sistema, come gli ambientalisti, i no-global o i comunisti, vengono definiti come "radicali", "fanatici" o "estremisti". La polizia viene chiamata "forza dell'ordine" anche quando reprime. Coloro che sono repressi vengono chiamati "ribelli" o "giovani estremisti". La violenza di Stato, anche quando uccide brutalmente, viene definita "sicurezza" o "difesa". I violenti sono sempre coloro che protestano contro il sistema e mai le autorità dello Stato, anche quando comandano una dura repressione, com'è accaduto al G8 di Genova.
Anche le immagini utilizzate hanno scopo manipolativo. Le immagini servono a dare un'impronta negativa o positiva a luoghi, situazioni o concetti. Ad esempio, quando si parla di cultura araba si mostrano le donne con il burqa oppure immagini di fanatismo e violenza, per indurre un'associazione negativa.
Un altro mezzo efficace per manipolare l'informazione è l'uso di cifre. Le analisi statistiche sono relative al campione scelto e al modello utilizzato. Le statistiche possono essere utilizzate come un dato inoppugnabile e incontestabile. Ma basta selezionare un determinato campione che possa alterare i risultati, per dare l'informazione che si vuole.
Le notizie sono spiegate dallo stesso punto di vista in tutti i telegiornali. I poteri al vertice del sistema, cioè le banche e le corporation, appaiono sempre più raramente, e soltanto nei casi in cui si annuncia una fusione, l'acquisto di un'azienda o la nomina di un direttore amministrativo. Quando una corporation viene denunciata per gravi reati come l'uccisione di sindacalisti, la schiavizzazione dei bambini o altri crimini contro i diritti umani, non viene quasi mai notificato dai nostri telegiornali.
Fino all'inizio degli anni Ottanta esisteva l'inchiesta televisiva obiettiva, che mostrava la società nella sua verità e complessità. Oggi, invece, la mistificazione mediatica riguarda anche la società stessa. Non appaiono quasi più i lavoratori mentre stanno faticando. Lo spazio dedicato alle proteste sindacali è ridotto al minimo. Alcune manifestazioni di protesta non vengono documentate. Si manipola persino l'immagine della società civile, che deve apparire accondiscendente anche quando non lo è. Non si va mai alla radice delle questioni lavorative o sindacali e non si fa comprendere abbastanza per poter giungere alla soluzione (che richiederebbe cambiamenti al sistema) del problema.
Le notizie sul dissenso alla politica di governo sono pregne di accenti nefasti. Spesso vengono utilizzate categorie stereotipate o etichette per puntare il dito contro chi mette in dubbio l'operato politico del governo.
I telegiornali fanno in modo che gli oppositori appaiano come poche persone che non vogliono la "modernizzazione", il "progresso" oppure come persone emarginate, fanatiche e "antiamericane". Ciò è accaduto nel caso della Tav in Val di Susa e della Base americana a Vicenza. Nei telegiornali si mostravano singole persone intervistate che esprimevano pareri contrapposti, per far capire che c'erano pareri discordanti e occultare che la stragrande maggioranza dei cittadini era contraria alle decisioni di governo. Si vuole nascondere che il potere dei cittadini è continuamente svilito dal sistema. E che quest'ultimo è distante da ciò che la gente vuole. Le questioni che stanno a cuore alla cittadinanza, come l'ambiente, la pace e la libertà di decidere sul proprio territorio, vengono denigrate dall'informazione tendenziosa e manipolatoria dei Tg. Ad esempio, i cittadini della Val di Susa che protestavano venivano mostrati come un gruppo sparuto di persone che avevano paura di avere il "treno che gli passa sotto casa". La verità che si cercava di occultare era che sotto al Musinè c'è l'amianto. Inoltre, nella Val di Susa esiste già una linea ferroviaria Torino-Lione, attualmente sottoutilizzata, in grado di poter reggere il traffico.
Un'altra tecnica, utilizzata dai Tg, per deviare l'attenzione sulla questione del dissenso e per semplificare i fatti (per non far emergere altri aspetti), è di connotare ideologicamente il problema con "destra" e "sinistra". Quando i cittadini si oppongono ad una questione lo fanno per motivi razionali, ma il telegiornale tende a far credere che siano motivi ideologici, oppure irrazionali e non accettabili.
Nelle questioni in cui gli Usa impongono un severo diktat, come nel caso delle truppe in Afghanistan e della base militare a Vicenza, i giornalisti assumono un tono allarmato verso il dissenso. In particolare, nel caso di Vicenza, mettevano in evidenza che anche all'interno della maggioranza c'erano coloro che avversavano la scelta del governo. Il sistema dei due schieramenti è stato creato per impedire un vero esercizio di sovranità. I giornalisti reggono questo gioco e si mostrano stupiti che lo schieramento al potere possa avere persone che ragionano con la propria testa e non eseguono passivamente "l'ordine". I Tg colpevolizzano queste persone facendole sentire responsabili di "indebolire il governo" o di metterne in pericolo la stabilità. Ciò nasconde che i nostri politici non prendono scelte sulla base del benessere dei cittadini, ma per tutelare e rafforzare il sistema stesso. I nostri giornalisti hanno dimenticato che l'essenza della democrazia è proprio il pluralismo. Si sono allineati al sistema in cui tutti gli schieramenti politici sono obbligati ad obbedire ai veri padroni del paese: l'élite economico-finanziaria.
In questi giorni i Tg gridavano "allarme" per la manifestazione di protesta organizzata per il 17 febbraio contro la nuova base militare di Vicenza. Ma in quale democrazia i giornalisti mettono in allarme i cittadini per una manifestazione che esprime la volontà di quasi tutta la cittadinanza?
Il 16 febbraio, annunciando la manifestazione di protesta del giorno successivo, i telegiornali dicevano "si temono violenze", come se chi protesta contro il militarismo è violento. Siamo al paradosso di definire violento chi è contro la guerra e il militarismo, e non chi vuole nuove basi per meglio fare la guerra.
Un modo manipolatorio di dare notizie relative a proteste o a sgomberi violenti è quello di mettere vicina una notizia di criminalità, in modo da indurre l'associazione fra "delinquente" e chi protesta contro il sistema. Il 17 febbraio i telegiornali annunciavano: "Manifestazione di Vicenza... Imponenti misure di sicurezza". Trasmettevano anche un appello di Prodi: "Le manifestazioni sono il sale della democrazia ma siate pacifici". Il tono era quello del buon padre di famiglia, e non traspariva affatto che la realtà era esattamente l'opposto. Cioè coloro che stavano manifestando erano contro la violenza e il bellicismo americano, mentre Prodi era il politico che, lungi dall'avere a cuore il bene dei cittadini, stava sostenendo gli interessi bellici americani contro la volontà della maggior parte dei cittadini di Vicenza. Quindi, si trattava di scelte politiche non democratiche prese dal governo, ma i Tg facevano in modo da creare allarme attorno a coloro che stavano pacificamente, e giustamente, protestando. Qualche telegiornale osava un "Si temono infiltrazioni", ma non spiegava che soltanto il sistema difeso dai politici ha interesse ad infiltrare falsi manifestanti che creino disordine e violenza (com'è accaduto nel G8 di Genova), per poterli far apparire violenti ed estremisti, come cercavano di descriverli i Tg attraverso messaggi allarmanti. Il Tg3 precisava che le forze dell'ordine erano "a difesa del centro storico della città", come se i manifestanti fossero pericolosi e distruttivi. Poi aggiungeva: "c'è anche chi è preoccupato" e si intervistava una persona anziana che appariva confusa per le tante persone arrivate in città. Il porre l'accento sul "pericolo di violenze" serviva anche a distogliere l'attenzione dal valore che la protesta avrebbe avuto sulle scelte del governo, e a nascondere che la volontà dei cittadini non conta nulla di fronte alle imposizioni americane. Non essendoci state violenze, il giornalista del Tg2 ha messo in evidenza uno striscione che definiva di "solidarietà con i terroristi arrestati". Un altro modo per dirottare l'attenzione e per criminalizzare il dissenso.
Impegnati com'erano a colpevolizzare chi protestava contro la nuova base americana, i giornalisti dei Tg hanno omesso la notizia che la nuova base sarà pagata da noi per il 41% delle spese di mantenimento (anche per le altre basi paghiamo parte delle spese).
Chi è contrario alla guerra è diventato un "estremista radicale". Chi denuncia i crimini come la tortura è un "antiamericano". Viene messo sotto processo chi avversa le guerre, e non chi le organizza.
Nello stesso telegiornale (Tg2, ma anche gli altri erano pressoché uguali) del 17 febbraio appariva Prodi in posa accanto al presidente afghano Hamid Karzai, come se quest'ultimo fosse un vero rappresentante politico del popolo afghano e non un personaggio foraggiato da Washington.
Quando i telegiornali notificano gli attentati terroristici in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan, in Turchia o in altri paesi, danno soltanto la stima dei morti e il luogo dov'è avvenuto lo scoppio, e non spiegano la situazione del paese. Talvolta menzionano al Qaeda associandola all'attentato, senza indicare le prove a sostegno di ciò.
Le notizie dall'Africa, dall'Asia o dal Sud America arrivano soltanto se c'è un problema che riguarda i nostri connazionali (rapimenti, uccisioni ecc.), oppure quando ci sono le elezioni politiche, che ormai nel nostro sistema sono diventate il simbolo stesso della "democrazia". Come a dire che se non documentassimo le elezioni (che si svolgono ovunque, persino in Iraq e in Afghanistan), non troveremmo altro modo per provare che la "democrazia" esista.
Quelle poche volte che i telegiornali parlano delle guerre in Africa, lo fanno in modo confuso e impreciso, parlando di "conflitti etnici", e senza precisare chi organizza i gruppi in lotta e chi li arma. Non viene detto che nella maggior parte dei casi si tratta dei governi e dei servizi segreti europei e americani, che organizzano le guerre per controllare il territorio e saccheggiarne le risorse.
Le grandi metropoli e periferie del sud Italia appaiono nei Tg nel loro degrado ambientale, appare anche la microcriminalità e la disperazione dei giovani disoccupati. Tutto questo è descritto in modo fatalistico, come se i governi si trovassero impotenti di fronte a questi problemi. Quando a Napoli c'era il problema dei rifiuti, i telegiornali mostravano la città sommersa dalla sporcizia e dall'immondizia, ma non dicevano che questo stava accadendo perché il servizio era stato privatizzato e si impediva ai vecchi impiegati di operare, negando loro i mezzi idonei alla raccolta dei rifiuti. Per avvantaggiare i privati si stava organizzando il servizio diversamente. I cittadini apparivano "colpevoli" di qualcosa, ma in realtà ricevevano le bollette da pagare senza ottenere alcun servizio. Nessun telegiornale trasmise la manifestazione degli operatori ecologici napoletani che protestavano perché non erano messi in grado di lavorare. I cartelli che essi mostravano avrebbero potuto far capire la vera situazione, mentre i telegiornali rendevano impossibile capirla alla radice.
C'è una serie di argomenti "riservati", di cui i telegiornali non parlano. Ad esempio, delle stragi che l'Agip attua in Nigeria, oppure della produzione di armi (ad esempio le cluster bomb), in diverse fabbriche italiane. Armi che vengono esportate in molti paesi, compresi quelli in cui c'è guerra. I Tg non parlano mai di Signoraggio, che è il metodo utilizzato dalle banche per saccheggiare i paesi. Non si parla nemmeno degli statuti delle banche e del sistema bancario della Banca Europea, che ha sottratto all'Italia ben il 38% della finanziaria, impedendo al paese una crescita economica significativa. Sono state tagliate le spese per la scuola e la sanità ed è stata aumentata la pressione fiscale, per pagare le banche e sostenere gli Usa nelle guerre. Quando si è parlato della finanziaria, nonostante lo spazio dedicato a quest'argomento, i telegiornali hanno accuratamente evitato di notificare le ingenti risorse che le banche sottraggono al paese. La trasmissione Ballarò è stata l'unica a rivelare il fatto (ma senza metterlo in evidenza). Un altro argomento tabù è quello delle regole e dell'operato delle istituzioni come il Wto, la Banca mondiale (Bm) e Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Nessun telegiornale ha mai spiegato che a causa di queste organizzazioni, negli ultimi venti anni, la miseria e la fame sono aumentate, e che il collasso economico di molti paesi, compresa l'Argentina, è stato causato dalle misure imposte proprio dalla Bm e dal Fmi. Moltissimi altri argomenti non vengono trattati, ad esempio, la situazione di disuguaglianza degli immigrati, le gravi discriminazioni che essi subiscono, le persecuzioni di cittadini africani da parte dei governi fantoccio al soldo degli Usa, i massacri in Somalia, in Etiopia, in Nigeria, ad Haiti e in molti altri luoghi. Un altro argomento tabù è il denaro che lo Stato dà alle grandi aziende, somme spesso molto elevate.
Il telegiornale parla di droga soltanto quando comunica la notizia che le forze dell'ordine sono riuscite a sequestrare quantitativi di stupefacenti. Ma non parla mai delle implicazioni e connivenze delle corporation e dei governi nei commerci internazionali di droga.
Si parla di mafia quando si arresta qualche presunto mafioso o quando avvengono delitti, ma non si spiega cos'è davvero la mafia, e come essa sia in espansione grazie alle liberalizzazioni finanziarie, che hanno spianato la strada al riciclaggio facile.
I minuti di politica interna, nei Tg, si risolvono nelle brevi interviste ad esponenti di destra e sinistra, per mostrare come ci sia una questione, una disputa, e come i duellanti siano decisi e forti. Le differenti opinioni sembrano battute teatrali, in uno scenario sempre più avvilente e assurdo. Le questioni sono trattate sempre in modo marginale e superficiale, anche quando si tratta di questioni serie, come l'invio di soldati in Afghanistan. L'informazione si riduce all'opinione dei politici, la maggior parte dei quali non oserebbe sfidare il sistema nemmeno nelle questioni minime.
Alcune questioni interne non sono divulgate. Ad esempio, nel 2002, il Parlamento, quasi all'unanimità, approvò una legge che permette di abolire il tetto massimo di spesa per il "rimborso ai partiti". I cittadini italiani avevano espresso la loro volontà di non dare denaro pubblico ai partiti, attraverso il referendum del 1993, in cui oltre il 90% degli elettori votò contro. La gente crede che oggi questa volontà venga rispettata e non è stata informata quando, nel 1999 è stata approvata una legge che di fatto reintroduceva il finanziamento pubblico ai partiti chiamandolo "rimborso elettorale". Nel 2002 tutti gli schieramenti, ad eccezione dei radicali, votarono a favore di una nuova legge, la n. 156 del 26 luglio 2002, che titolava "Disposizioni in materia di Rimborsi Elettorali". La legge abbassava il quorum di accesso al rimborso dal 4% all'1% e aboliva il tetto di spesa, permettendo a quasi tutti i partiti di ricevere somme molto alte di denaro pubblico. Ad esempio, Berlusconi ha incassato, l'anno scorso, 41 milioni di euro per Forza Italia, la Margherita ne ha presi 20 milioni, l'Udc 15 milioni, i Ds 35 milioni, An 23 milioni, Rifondazione 10 milioni,[1] ecc. Dato l'ingente costo pubblico che ci sarebbe stato, l'approvazione della legge era una questione molto importante per l'opinione pubblica, ma non è stata sottoposta all'attenzione di tutti noi. I Tg non ne hanno nemmeno fatto cenno.
Le questioni spinose, come la malasanità o il costo pubblico di aziende privatizzate (come le ferrovie e le autostrade) vengono trattate come se il problema non fosse risolvibile e senza una sufficiente documentazione. Ad esempio, si parla superficialmente dei tagli alla sanità che stanno causando gravissimi problemi nella gestione delle strutture, oppure dei contratti truffaldini che importanti imprenditori (come Benetton) hanno stipulato con lo Stato. Questi contratti potrebbero essere rescissi se il governo volesse. Molti cittadini se lo aspettavano, dato che in precedenza erano stati duramente criticati dall'attuale maggioranza.
La povertà o la precarietà lavorativa sono diventate nei telegiornali o nelle rubriche di approfondimento una specie di calamità naturale. I poveri ragazzi trentenni vengono intervistati per sapere quanto guadagnano e che tipo di contratto hanno nei call center, nelle fabbriche o addirittura negli uffici pubblici. Si mette in evidenza che queste persone sono spesso laureate e molto preparate, e alcune di esse svolgono funzioni essenziali nel settore pubblico. Ma non si parla delle leggi che permettono il lavoro precario. Di quando sono state approvate e da chi, e di come sono state peggiorate nel tempo.
Poi ci sono i servizi giornalistici che hanno il compito di prepararci ad accettare il peggio. Ad esempio, quelli che ci allarmano sulla "crisi energetica" (per prepararci all'aumento della bolletta), quelli che ci mostrano i giovani delle gang di Londra, o quelli che documentano gli strani fenomeni atmosferici. Anche in questi casi non si va alla radice e non si spiega come è stato creato il problema e da chi. In un servizio del 17 febbraio, il Tg3 informava sull'omicidio di un ragazzo ad opera delle gang giovanili dei sobborghi di Londra. Il giornalista diceva: "Il problema sono le condizioni sociali... le famiglie non sono in grado, a causa della povertà, di fronteggiare il problema, allora c'è l'alcol, la droga o le armi da fuoco". Nessun cenno alla situazione politico-economica, e al bombardamento mediatico che esalta sempre più la violenza.
Anche l'allarme Sars rientrava nelle notizie che avevano l'obiettivo di preoccupare. Per alcuni mesi siamo stati bombardati da notizie allarmanti su presunti casi di questa malattia. Quello che non si diceva era che la Sars è nata da un esperimento avvenuto nell'aprile del 2003 a Toronto, ad opera di associazioni governative statunitensi e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, sostenuti finanziariamente dalla famiglia Rockefeller, dalla Carnegie Foundation, e da importanti produttori di farmaci. L'obiettivo era quello di ridurre la popolazione e far acquistare nuovi farmaci, come spiega il Dott. Leonard Horowitz:
La SARS e l'attuale timore per l'influenza aviaria ricevono l'approvazione dei capitani delle industrie militar-medico-farmaceutico-petrolchimiche, che parimenti in molti casi documentati operano al di sopra delle leggi... consideriamo il fatto che il flusso delle informazioni date dai mezzi di comunicazione di massa è stato pesantemente influenzato, se non interamente controllato, dai garanti delle imprese multinazionali, che hanno protetto e fatto avanzare gli interessi di un gruppo relativamente ristretto di imprese globali... Avendo testimoniato di fronte al Congresso USA, ho personalmente verificato come le prime donne dell'industria farmaceutica dirigono dal punto di vista economico e politico i nostri rappresentanti al governo. Le malattie che stanno emergendo sono di complemento alla politica della "Guerra contro il Terrorismo" e alla nostra cultura influenzata dal bioterrorismo. Questa agenda serve per due obiettivi principali: il profitto e la riduzione della popolazione. Realtà politica contro i miti mass-mediologici.[2]
Quando è emerso che l'allarme aviaria in Europa aveva lo scopo di indurre ad acquistare il farmaco Tamiflu, e che la sicurezza e l'efficacia del farmaco non erano mai state provate, le notizie allarmanti sono sparite. In questi ultimi giorni stanno ritornando altre notizie sulla variante H5N1 dell'aviaria. Probabilmente è stato prodotto un nuovo farmaco.
Nei nostri Tg, dopo pochi minuti di notizie di politica interna ed estera, arriva la parte più lunga della cronaca e dell'attualità. La scelta spesso cade su notizie riguardanti nuovi prodotti per la calvizie, la bellezza o tecnologici. Giuseppe Altamore, nel suo libro I padroni delle notizie, spiega che sempre più spesso i giornalisti televisivi presentano pubbliredazionali come fossero semplici notizie. Si tratta di presentare in modo enfatico prodotti che vanno dal nuovo tipo di telefonino a nuovi cosmetici, capi di abbigliamento e addirittura farmaci. Dopo l'impiccagione di Saddam, il Tg2 annunciò la creazione negli Stati Uniti di un nuovo giocattolo: il pupazzo Saddam corredato da cappio. Il giornalista si curò di precisare anche il prezzo e la possibilità di acquistarlo via Internet.
La cronaca rosa ha il suo spazio nei Tg, sempre più ampio: matrimoni o divorzi fra vip, se Madonna adotta un nuovo bimbo, oppure se un'attrice si è gonfiata di silicone o si droga. I servizi sulla moda, sull'elezione di Miss Italia o di Miss Universo non mancano. Talvolta i Tg riempiono spazio raccontando la storia di un animale o spiegando l'esecuzione di una ricetta. Viene documentato persino il "Raduno internazionale delle Mongolfiere", e ci informano anche sugli ultimi modelli dei vestitini per cani e gatti. Si tratta di modi per confondere su ciò che dovrebbe essere veramente la comunicazione giornalistica, che negli ultimi venti anni è stata declassata e fuorviata nel modo stesso di intenderla.
L'informazione dei Tg segue ormai il "pensiero unico" e anche la regia è unica. Si tratta delle grandi agenzie di propaganda americane, come la Heritage Foundation , l'American Enterprise Institute e il Manhattan Institute. Le agenzie di propaganda americane provvedono affinché l'opinione pubblica subisca pesanti manipolazioni, che rendano difficile una vera consapevolezza di quello che sta accadendo nel mondo di oggi. Per riuscire a capire occorre utilizzare Internet e leggere le notizie dal mondo. E' una cosa che soltanto pochi si possono permettere di fare; e di solito non si tratta di anziani, casalinghe o persone che lavorano per molte ore al giorno, e che non hanno tempo materiale di informarsi se non attraverso la Tv. Per queste persone c'è soltanto quell'infomazione "emotiva" e distorta che serve a renderli docili e incapaci di difendere i propri diritti. Come osserva Sartori: "Sostenere che la cittadinanza dell'era elettronica è caratterizzata dalla possibilità di accedere a infinite informazioni... sarebbe come dire che la cittadinanza nel capitalismo consente a tutti di diventare capitalisti… È vero che un'immagine può valere più di mille parole. Ma è ancor più vero che un milione di immagini non danno un solo concetto".[3]
I telegiornali sono ormai rotocalchi di una realtà che non è quella in cui viviamo. Sono sempre più orientati allo spettacolo, all'appiattimento e alla banalità. Come in un circo, ognuno fa il suo numero, con l'obiettivo di emozionare, catturare l'attenzione, intrattenere e persino fare divertire. Mentre gli eventi occultati diventano sempre più inaccettabili: quei due terzi del mondo ridotti in estrema miseria, quei milioni di bambini che per mangiare devono cercare nella spazzatura, le nostre regioni soggette al potere mafioso implacabile e crudele, le guerre contro i popoli, le dure persecuzioni contro chi lotta per la giustizia e i diritti umani...
Finché il potere mediatico sarà quasi completamente nelle mani di chi vuole un sistema politico-economico basato sulla legge del più forte e sul controllo dei popoli, è ingenuo credere che le risorse umane, spirituali e culturali degli individui stiano ricevendo impulso alla loro libera realizzazione. Le sottili tecniche di coercizione, di diseducazione e di appiattimento culturale sono dirette contro ognuno di noi, come un ulteriore affronto alle nostre menti e alla nostra dignità di cittadini.
Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell'era dell'egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittatore. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
[1] Report, 1 ottobre 2006.
[2] Horowitz Leonard, Death in the Air: Globalism, Terrorism and Toxic Warfare, Tetrahedron Publishing Group, Idaho, U.S.A., 2001.
[3] Sartori Giovanni, Homo videns, Laterza, Bari 1997.
Saturday, February 17, 2007
2007, But Has 1984 Finally Arrived?

Watched, recorded, numbered, cataloged, and your whereabouts always known. Voices of authority bark orders at you from thin air on street corners and in town centres. The Government knows where you are, who you are, and what you are doing. A sci-fi totalitarian state from a George Orwell novel like 1984, or twenty-first century Italy? You decide.
Tuesday, February 13, 2007
IL COLLASSO PROSSIMO VENTURO

IL COLLASSO PROSSIMO VENTURO
DI DIMITRY ORLOV
CarolynBaker.org
Sono passati alcuni anni da quando ho cominciato a descrivere il collasso economico dell'Unione Sovietica, che probabilmente si riprodurrà anche qui negli Stati Uniti. Fino ad oggi sono ragionevolmente soddisfatto delle mie previsioni: tutto si sta avverando, lentamente ma inesorabilmente.
Sul piano militare, gli Stati Uniti, seguiti a ruota da Israele, dopo aver sperperato un sacco di soldi in inutili armi di alta tecnologia e aver perso le battaglie di terra contro una resistenza motivata, sembrano essersi infilati in un vicolo cieco da loro stessi creato, che potrebbe precludere l'accesso ai campi petroliferi mediorientali. Sul piano economico, il picco petrolifero sembra essere stato sorpassato in un qualche momento dell'estate 2005 e possiamo cominciare oramai a vederlo alle nostre spalle, proprio com'è logico. Sul piano politico, il paese ha pencolato verso la sinistra, solo per scoprire che l'altro partito capitalista è anche l'altro partito militarista. Sul piano internazionale, issare la bandiera statunitense viene ora considerato un gesto osceno, e per un certo tempo probabilmente le cose non cambieranno dato che onore e reputazione sono tra le cose più difficili da reclamare. Sul piano finanziario, l'economia americana si è trasformata in una specie di "culto del cargo", in cui la gente pensa di poter continuare ad attirare petrodollari riciclati col solo danzare attorno a pile di server internet brandendo i telefoni cellulari e i laptop.
In breve, visto come vanno le cose, non vedo motivi per cominciare a preoccuparmi di poter essere smentito dalla storia. Ma qui finisce la soddisfazione e cominciano i problemi.
Un approccio spassionato e ironico è buono e positivo, ma quando affermo che il popolo russo era molto meglio preparato al collasso economico di quanto lo siano attualmente gli Stati Uniti mia madre stessa mi accusa di minimizzare con odioso sangue freddo le tremende sofferenze sopportate da quel popolo. Per la cronaca, sia ben chiaro che sto parlando di una sequenza di morti, di vite distrutte, di una generazione di fanciulli persa, e di molte cose preziose e insostituibili bruciate o sepolte da un'ondata di violenza e nequizia. Mi rendo anche conto che ripetere senza fine storie di orrore e miseria è la maniera più sicura per perdere l'attenzione della gente, come mia madre sarebbe sicuramente contenta di dimostrare. Altri mi hanno accusato di Schadenfreude (*): di non essere sufficientemente imparziale e di accogliere con piacere disordini e segni dell'imminente collasso. Si tratta di un argomento ad hominem, che si riduce a "dici queste cose perché sei il tipo d'individuo che gode nel dire queste cose". Nuovamente per la cronaca, non ne provo alcun piacere (e rileggendo quel che ho detto prima capirete perché). A dire il vero, non sono un grande ammiratore dello stile di vita americano: preferisco starmene fuori dalle periferie residenziali, guido raramente, e faccio del mio meglio per non volare. E non penso che se perdessimo tutto questo sarebbe un gran danno. Io guardo piuttosto a tutta l'aria pura che ho dinanzi, anche se con il progredire dell'oscuramento prodotto dall'inquinamento il riscaldamento globale avanzerà a tasso raddoppiato, e tra non molto tempo saremo obbligati a cercare terreni più in alto e più a nord, una prospettiva che non mi rallegra per niente.
Suppongo che se fossi il tipo di persona che prova una profonda soddisfazione per lo stile di vita delle aree residenziali, la totale dipendenza dall'auto, lo shopping nei centri commerciali, i voli qua e là per il mondo, l'illusione quotidiana di un dominio totale, non me ne starei qui a parlare di collasso, qualcosa della cui esistenza non avrei la minima idea. Questo modo di vivere mi sembra assolutamente miserabile, ma ammetto che si possa percepire la realtà in modo diverso. E dev'essere una vera benedizione ignorare il depauperamento delle risorse, il riscaldamento globale, il collasso; o comunque non preoccuparsi di sapere. "Mangia, bevi e sii felice, che domani saremo tutti morti" c'insegna l'Ecclesiaste, e chi sono io per contraddirlo? Quando scopre queste cose, la gente talvolta sprofonda in un acuto malessere psicologico che supera infine con un compromesso interno. Mi sento quasi colpevole quando faccio uscire qualcuno dal suo stato di beatitudine, perché mi sembra scorretto diffondere lo scontento tra gente altrimenti pacifica e ben controllata: sono come bambini che per la prima volta hanno sentito parlare della morte, prima di venir consolati con storie di angeli e paradiso (o, in questo caso, di pile a idrogeno, etanolo, biodiesel, centrali eoliche, veicoli ibridi, o qualsiasi altro ecopropulsore a portata di mano). E spesso finiscono con l'assillante rimprovero di non aver fatto abbastanza.
Questo modo di consolarsi non è tanto convincente quanto vorremmo, e l'assillante rimprovero porta alcuni di noi a rimettere in questione tutto: il nostro modo di vivere, il lavoro, la vita. Alcuni arrivano al punto d'interrogarsi sul valore della civiltà tecnologica e a chiedersi se non siamo sulla strada di una autodistruzione planetaria. Possono così diventare una compagnia molto noiosa e stancante, e diffondere lo scontento tra tutti coloro con cui vengono in contatto continuando a parlare di calotte polari che fondono, orsi polari che annegano, estensioni di plastica grandi quanto il Texas che fluttuano sull'Oceano Pacifico, uccelli marini che muoiono, specie ittiche che si estinguono, barriere coralline che spariscono, e via di questo passo. "E basta!" potreste dir loro, "Se la sfida consiste nell'evitare l'autodistruzione del pianeta, allora impegniamoci tutti per lo stesso obiettivo: elaborare un progetto, definire le prossime mosse, e cominciare a metterle in pratica". Poi vi rendete conto che le persone con cui state parlando sono serie, e la situazione diventa imbarazzante.
Perché, vedete, in realtà non c'è molto da fare su scala globale, e le persone più serie lo intuiscono. Il più grande "se" del mondo è quello all'inizio della frase "Se noi tutti...": se noi tutti limitassimo il nostro impatto ecologico a un livello sostenibile allora nessuno potrebbe più aumentare il proprio a nostre spese. Un'ulteriore complicazione nasce dal fatto che non possiamo ottenere una così grande riduzione, perché l'attuale popolazione della Terra eccede di molto le sue capacità: un sacco di gente dovrebbe morire. Se il nostro piccolo progetto deve includere soluzioni di questo tipo, allora non fare assolutamente niente diventa l'opzione più accettabile sul piano etico, anche se tragicamente inutile.
In una cultura che è fiera di essere sempre indaffarata, non far nulla è molto più difficile che fare qualcosa. Recentemente sono stato invitato a volare in Alaska per una presentazione, ma ho rifiutato perché mi è sembrato ridicolo bruciare altri barili di cherosene e uccidere qualche altro orso polare solo per il gusto di far sapere a un gruppo di abitanti del paese che era tempo di cominciare a pensare di spostarsi più a sud. Per tranquillizzarli, avrei potuto raccontare la storia degl'insediamenti nell'artico russo finiti nella morsa del ghiaccio quando le consegne invernali di carburante non erano arrivate (e come sempre accade non tutti avevano potuto essere evacuati a tempo), o spiegare che gli uomini non hanno bisogno di combustibile per sopravvivere all'inverno artico: è sufficiente una buona giacca a vento a doppia faccia imbottita, completata da pantaloni, stivaloni e guantoni (e per favore, come rifinitura del cappuccio una pelle di ghiottone, che non congela), un igloo, una lampada alimentata con grasso (perché vari mesi consecutivi di buio totale non sono salutari, e perché nel buio completo è difficile cucire pelli e cuoio e trasformare le ossa in strumenti), e una montagna di carcasse animali da masticare (basta separare i pezzi di carne congelata e metterli nel giaccone per scongelarli. E per lavarli è sufficiente riempire una sacca di neve e metterla nel palco fino a quando si scioglie). Si è fatto così per migliaia di anni, ma se stiamo veramente andando verso un pianeta completamente diverso, uno senza ghiaccio e neve, allora le puntate sono chiuse.
In un certo qual modo mi è sembrato che far morire qualche orso polare in più per la soddisfazione di andare a spiegare agli abitanti dell'Alaska quello che dovrebbero sapere meglio di me sarebbe stata, comunque, una scelta sbagliata: gli ipotetici benefici del mio viaggio non giustificavano il quantificabile danno all'ambiente. Ma tutti quelli con i quali ho discusso si sono trovati in disaccordo con la mia decisione: io voglio solo essere coerente, il resto non m'interessa. Un sacco di altre persone non ha di questi scrupoli, e pensa che il fine giustifica i mezzi.
Per loro, la stessa ingegnosità con cui stiamo distruggendo la Terra può essere usata per salvarla: volano e guidano per partecipare a conferenze, sostengono battaglie ambientaliste e sociali e organizzano campagne - dispendiose sul piano energetico e dannose su quello ambientale - per risparmiare energia e salvare l'ambiente. Secondo le ultime notizie, non sembra che tutta questa attività stia risolvendo i grandi problemi, o anche solo contribuendo a impedire che continuino a peggiorare.
L'unico problema importante che può essere risolto, non per caso scelto da Al Gore come esempio di vittoria ambientalista, è quello del protocollo di Montreal per limitare il rilascio di gas a effetto serra nell'atmosfera. In massima parte gli altri sono troppo complessi per poter fare qualcosa, e il movimento ambientalista non è riuscito a controllare una massa di difficoltà insormontabili, come l'estinzione massiccia e la distruzione degli habitat, la deforestazione, il degrado del suolo e dell'acqua, la sovrappopolazione, le emissioni di carbonio. La sovrappopolazione, madre di tutti gli altri problemi, viene raramente discussa: ogni donna ha il diritto di mettere al mondo un figlio (almeno uno, ed è già troppo), anche perché i bambini sono, penso, una vera delizia. Nonostante la nostra superficiale ingegnosità, esiste un livello minimo di irrazionalità per poter essere umani: quello che siamo in grado di fare a livello collettivo per controllare il nostro numero. Possiamo affermare di saper controllare, almeno per un certo tempo, la natura, ma non possiamo affermare di saper controllare i nostri istinti e appetiti. La natura dovrà farlo al nostro posto, come ha sempre fatto e come sempre farà.
Possiamo star certi che le nascite non continueranno sempre, come oggi, a superare i decessi, e che dopo aver raggiunto un picco la marea umana comincerà a declinare. In base a tutto quello che ho visto e sperimentato, posso supporre che, una volta cominciato, il declino non sarà una transizione indolore ma un cambiamento brutale e doloroso, con una logica e un andamento particolari. Se prendiamo come esempio specifico il petrolio, sul quale si concentra l'attenzione di molti, non posso credere che qualche anno dopo l'inversione di tendenza avremo dei tagli di produzione annua di soli pochi punti percentuali. Penso piuttosto a una cifra prossima al 100%: non un calo, non una contrazione, ma un collasso. Sono anche sicuro che a livello globale pochi percepiranno l'incalzare degli eventi. Quando le luci si spegneranno definitivamente nel vostro quartiere, solo qualcuno molto vicino a voi capirà quello che sta accadendo, e voi saprete cosa sta succedendo nel resto del mondo più o meno come oggi sapete quello che sta succedendo in zone in cui la luce si è già definitivamente spenta, ad esempio lo Zimbabwe o la Corea del nord. Il nostro mondo è qualcosa di fragile, e le sue varie parti hanno un'esistenza concreta solo se dispongono di elettricità, voli di linea, bottiglie di acqua per dissetare i giornalisti stranieri.
Se la vostra ultima speranza è che il collasso economico fermi il nostro agitarsi e calpestare quel che resta dell'ecosistema proprio prima del punto di non ritorno, restereste delusi, anche se le cose andassero proprio così. Il collasso non verrà trasmesso in diretta televisiva, e voi non sapreste che è arrivato; sapreste solo che ha colpito voi. Quindi è giusto che vi metta in guardia: caveat emptor! Per voi, consumatori soddisfatti dei sistemi d'informazione, il collasso è un prodotto difettoso che non vi piacerà. Se però rientrate nel novero di coloro che già non si sentono più consumatori soddisfatti, allora per voi il collasso è già bene avviato, e avete cose molto più urgenti da fare che seguire la corrente di coloro che si preoccupano del cambiamento climatico o ossessionarvi per altri temi d'importanza globale. Il collasso è un prodotto monouso. Correttamente applicato, produce un sentimento profondo e duraturo d'insoddisfazione. In questo senso, e solo in questo senso, è veramente eccellente.
Nota: (*) "esprimere gioia per le disgrazie altrui"
Dimitry Orlov ha vissuto il collasso dell'Unione Sovietica e che ora, facendo tesoro di questa sua esperienza, ci suggerisce le alternative per sopravvivere al crollo della civiltà occidentale come la conosciamo.
Dimitry Orlov
Fonte: http://carolynbaker.org
Link
01.02.2007
Brigate Rosse?

Brigate Rosse? Ma quanta fantasia
martedì 13 febbraio 2007 di Marco Cedolin
Probabilmente si tratta di un caso fortuito, una di quelle coincidenze con le quali il destino ama trastullarsi, però sembra abbastanza curioso che il fantasma del terrorismo politico venga resuscitato dal suo sarcofago proprio nella settimana che fa da prologo alla grande manifestazione di Vicenza contro la nuova base americana Dal Molin.
Scimmiottando in maniera grottesca l’atmosfera degli anni di piombo, giornali e TV hanno dato enorme risalto ad un’operazione di polizia dai contenuti abbastanza nebulosi che si sarebbe proposta di sgominare le nuove Brigate Rosse. Non quelle ritenute a torto o a ragione responsabili degli omicidi D’Antona e Biagi, ma una cellula ancora più nuova, così nuova da non essersi ancora macchiata di nessun delitto che esuli dalla sfera delle pure intenzioni.
Sempre per un caso fortuito, codeste intenzioni non si sarebbero limitate a qualche azione dimostrativa, ma avrebbero avuto come oggetto obiettivi eclatanti quali l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Mediaset, Sky, l’Eni ed il quotidiano Libero.
Si tratterebbe insomma di un vero e proprio gruppo di fuoco estremamente organizzato e radicato sull’intero territorio del Nord Italia che con una trentina di anni di ritardo sulla tabella di marcia aveva in progetto di sovvertire lo Stato attraverso la lotta armata.
Ci sarebbe molto da disquisire sull’uso ed abuso del termine “Brigate Rosse” come spauracchio da agitare alla bisogna e sul fatto che venga spacciata per vera l’assurda ipotesi che qualcuno nel 2007 si proponga di sovvertire l’ordine costituito con l’uso delle armi, ma per approfondire queste considerazioni credo sia meglio attendere l’esito dell’inchiesta che probabilmente, come spesso accade, si rivelerà una bolla di sapone.
Occorre invece riflettere sull’uso che l’informazione e la schiera di opinionisti che la contornano, stanno facendo dell’accaduto. Sul tentativo di mettere in relazione la manifestazione di Vicenza con lo spettro del terrorismo, di fare salire la tensione, di ridare vita ad incubi del passato, con la chiara finalità di screditare il movimento pacifista ed indurre i manifestanti a disertare l’appuntamento.
Probabilmente la migliore risposta alle visionarie tesi di coloro che cercano di mistificare la realtà instillando il germe della paura, la daranno proprio gli italiani che da tutta Italia sabato accorreranno a Vicenza.
Non facinorosi, no global, violenti, estremisti o terroristi in erba, come tanta stampa vorrebbe far credere, ma semplicemente cittadini, giovani, anziani e famiglie con i bambini, di ogni colore politico o piuttosto di nessun colore, che vorrebbero sovvertire solamente l’odiosa politica di guerra e adirebbero farlo attraverso l’uso delle uniche armi che sono in loro possesso, la presenza e l’espressione del proprio pensiero.
http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=1539
PS: certo che con 'ste balle di regime hanno veramente rotto il cazzo!
Il Cremlino sta varando una nuova dottrina bellica: la dissuasione antiglobalista

Il Cremlino sta varando una nuova dottrina bellica: la dissuasione antiglobalista
di Giulietto Chiesa - 12/02/2007
Fonte: La Stampa
Il duro attacco di Putin all’America non è un'improvvisazione dell’ultim’ora, né uno scatto d’ira. E’ dall’estate 2005 che si sta preparando. Lo rivelava a fine gennaio il presidente dell’Accademia Militare Russia, il generale Makhmut Gareev, in un’intervista alla Novosti, precisando che proprio Putin aveva dato mandato al vertice militare di costruire una nuova dottrina della sicurezza nazionale per fare fronte alle «nuove minacce». Un’analisi non solo militare, perché Gareev parte da lontano.
«I fattori ecologici ed energetici rappresenteranno, nei 10 o 15 anni a venire, la causa principale dei conflitti politici e militari. Alcuni Stati cercheranno di prendere il controllo delle risorse energetiche - com’è avvenuto in Iraq - e gli altri non avranno che da scegliere tra perire e resistere. Tenuto conto di questi aspetti la comunità mondiale si troverà, presto o tardi, di fronte alla necessità di limitare, in una certa misura, di regolamentare e di trasformare qualitativamente il volume e il carattere della produzione».
Non c’è che dire: il generale parla chiaro, e le conclusioni sono inquietanti. Non solo per le conseguenze che la Russia ne trae, ma per il fatto che i dati di partenza coincidono esattamente con quelli europei.
Se si legge il recente documento della Commissione Europea «Una politica energetica per l’Europa», si scopre che le previsioni sono drammatiche sia sotto il profilo ambientale, sia sotto quello della disponibilità di energia. La sintesi è che «le attuali politiche energetiche non sono sostenibili». Peggio: siamo dipendenti da idrocarburi per il 50% del fabbisogno, ma stanti così le cose nel 2030 lo saremo per il 65%. Tutto da importare. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia la domanda mondiale di petrolio aumenterà del 41% da qui al 2030. E’ «non si sa come questa domanda sarà soddisfatta».
«Insostenibile» e «non si sa» come fare fronte. Coincide con le conclusioni del generale Gareev. Che parla come un alterglobalista di Porto Alegre: attenzione, dice, bisognerà «limitare», «modificare volume e carattere della produzione». Altrimenti si va in guerra. E non tra 100 anni ma adesso, «nei prossimi 10 o 15 anni». «La questione della sopravvivenza di numerosi popoli potrebbe proporsi con forza. La lotta per le risorse raggiungerà il parossismo», aggiunge Gareev. E dunque «non si potrà escludere la possibilità di uno scontro militare», anche nella forma di una lotta di «tutti contro tutti» determinata «dall’immenso fossato che separa coloro che vivono un’esistenza dorata e tutti gli altri».
Queste sono le ragioni che costringono la Russia a rifare tutti i conti. E’ probabile, precisa Gareev, che le guerre del futuro useranno armi convenzionali di grande precisione, «ma la minaccia del ricorso al nucleare sarà permanente». Per giunta la Russia d’oggi, si ammette, ha una «forza spaziale ridotta», non è in grado di essere allertata dai satelliti, la sue capacità di risposta contro un attacco a sorpresa sono «problematiche». Dunque non resta che aumentare il potenziale nucleare e differenziarlo. E, a quanto pare, passi avanti sostanziali sono già stati realizzati, anche senza scudo spaziale. E non è solo di armi, convenzionali e nucleari, che tratterà la nuova dottrina della sicurezza nazionale russa. «L’esperienza dello smembramento dell’Urss, della Jugoslavia, delle “rivoluzioni colorate” in Georgia, in Ucraina, in Kirghizia e in altre regioni del mondo - sottolinea il presidente dell’Accademia militare russa - è di fronte a noi per convincerci che le principali minacce vengono costruite non tanto con mezzi militari, quanto con mezzi indiretti». Mosca avverte che «farà fronte» e non si lascerà più sorprendere.
Ovvio che il generale russo parla agli Stati Uniti. A Washington, forse più a Nancy Pelosi che a George Bush, Gareev chiede di scegliere: ci volete «come partner o come avversario da neutralizzare»? Domanda retorica, perché a Mosca hanno già concluso che, tra le due varianti, la seconda è più probabile. «L’analisi delle tendenze di sviluppo della situazione internazionale mostra che la politica seguita dagli Usa condurrà inevitabilmente allo scontro con una parte importante del mondo».
La conclusione di tutto il ragionamento sembra, a prima vista sorprendente: «Sono riunite obiettivamente tutte le condizioni per un intervento della Russia in qualità di arbitro geopolitico». Mosca è ormai, e sarà sempre più, indispensabile come sorgente di energia convenzionale e atomica. Obiettivo quanto mai prezioso. Ma armato. Putin dice: non toccateci e vi aiuteremo a uscire dal cul di sacco in cui vi siete cacciati. Meglio averci come arbitro - con tutto ciò che questo comporterà, naturalmente - piuttosto che come nemico.
Monday, February 12, 2007
Sunday, February 11, 2007
Carnevale, 9 milioni di italiani si preparano alla festa

È Carnevale!
ADN Kronos - Dom 11 Feb
Roma, 11 feb . (Adnkronos/Ign) - Carnevale: frizzi, lazzi e cotillons per i 9 milioni di italiani che quest'anno parteciperanno all'evento (fotogallery). Secondo le stime di Telefono blu, l'Associazione dei consumatori per la salvaguardia dei diritti del turista, sarebbero un milione e mezzo le persone che da 5 anni a questa parte non rispondono all'appello del martedì grasso, preferendo anticipare i travestimenti con il 'dolcetto o scherzetto' di Halloween. In calo anche la vendita degli accessori negli ipermercati.
Tuttavia, gli appuntamenti tradizionali con le grandi feste carnevalesche italiane continuano a far contare presenze di turisti e un giro d'affari molto elevato: Venezia, Viareggio, Cento, Putignano, Acireale e Fano, le mete più famose per i festeggiamenti.
Le persone che si muoveranno verso le località turistiche per partecipare ai carnevali sono stimate in almeno 3 milioni. Le presenze più numerose sono previste per il rinomato carnevale di Venezia, capace di attirare in una sola giornata anche 130mila persone, per un totale di 1,2 milioni di presenze, con guadagni di oltre 50milioni di euro. Circa 20mila persone si dirigeranno invece verso carnevali meno famosi, più di 50 in Italia, concentrati in piccole cittadine spesso alle periferie delle grandi aree urbane, mentre si stima che almeno in 50mila parteciperanno ai circa 10 carnevali di grande rilievo lungo la Penisola. Un milione circa di vacanzieri lascerà, poi, la propria residenza per qualche giorno andando ad alloggiare in destinazioni più 'allegre', per una spesa di circa 12 milioni di euro. Quali i costi? Mediamente a sfilata si spendono 45 euro per adulto e circa 27 euro per bambino. Ma le spese aumentano se si decide di indossare anche maschera e vestito: il costo medio va aumentato di 100 euro per adulto e 50 per bambino. Tuttavia, secondo Telefono blu, solo il 50% dei partecipanti si munisce di vestito/maschera. In totale si tratta di una cifra di circa 300 milioni di euro, secondo una stima per difetto, quasi il doppio della beneficenza che gli italiani dedicano alla solidarietà nel periodo di Natale.
Bene anche i dolci: per chiacchiere, frappe, frittelle, bomboloni e altre leccornie gli italiani non spenderanno meno di 200 milioni.
Fremono i bambini e le bambine, che già da diversi giorni hanno iniziato a tirar fuori coriandoli e trombette. Che costumi indosseranno? Telefono blu sostiene che almeno un terzo delle maschere non appartiene più alla tradizione: privilegiati maschere e travestimenti a tema horror o dedicati a personaggi di tv e cinema. La novità dell'anno? A sentire costumisti e negozianti cresce il settore dei vestiti sartoriali prodotti da aziende locali, spesso a conduzione familiare, che offrono un buon rapporto qualità-prezzo. Anche il noleggio offre un'ottima opportunità per sbizzarrirsi: chi è single o chi ai balli ci va in dolce compagnia non deve far altro che recarsi presso i costumisti più forniti e il gioco è fatto.
Per tutti quelli che a Carnevale vogliono essere sempre sulla cresta dell'onda senza spendere cifre astronomiche e-bay si conferma ancora di salvezza. Sul noto sito di aste on line, infatti, si trovano tanti spunti ma anche e soprattutto un'infinità di maschere per tutte le età. E-bay, grazie alla comodità del 'compralo subito', evita addirittura agli utenti di dover seguire l'asta minuto per minuto consentendo loro di poter acquistare direttamente il prodotto come se si trovassero in un negozio vero e proprio. Tra le tante maschere in vendita on line per gli adulti anche quella in lattice che raffigura Berlusconi a 30.50 euro e quella di Prodi a 30 euro.
Cazzo! Non c'e' piu' dignita'!
Speech at the 43rd Munich Conference on Security Policy
In the photograph above, President Bush receiving the news in his ranch. Apparently his comment has been quite concise: "Fuck!"Speech at the 43rd Munich Conference on Security Policy
VLADIMIR PUTIN
02/10/2007
Thank you very much dear Madam Federal Chancellor, Mr Teltschik, ladies and gentlemen!
I am truly grateful to be invited to such a representative conference that has assembled politicians, military officials, entrepreneurs and experts from more than 40 nations.
This conference’s structure allows me to avoid excessive politeness and the need to speak in roundabout, pleasant but empty diplomatic terms. This conference’s format will allow me to say what I really think about international security problems. And if my comments seem unduly polemical, pointed or inexact to our colleagues, then I would ask you not to get angry with me. After all, this is only a conference. And I hope that after the first two or three minutes of my speech Mr Teltschik will not turn on the red light over there.
Therefore. It is well known that international security comprises much more than issues relating to military and political stability. It involves the stability of the global economy, overcoming poverty, economic security and developing a dialogue between civilisations.
This universal, indivisible character of security is expressed as the basic principle that “security for one is security for all”. As Franklin D. Roosevelt said during the first few days that the Second World War was breaking out: “When peace has been broken anywhere, the peace of all countries everywhere is in danger.”
These words remain topical today. Incidentally, the theme of our conference – global crises, global responsibility – exemplifies this.
Only two decades ago the world was ideologically and economically divided and it was the huge strategic potential of two superpowers that ensured global security.
This global stand-off pushed the sharpest economic and social problems to the margins of the international community’s and the world’s agenda. And, just like any war, the Cold War left us with live ammunition, figuratively speaking. I am referring to ideological stereotypes, double standards and other typical aspects of Cold War bloc thinking.
The unipolar world that had been proposed after the Cold War did not take place either.
The history of humanity certainly has gone through unipolar periods and seen aspirations to world supremacy. And what hasn’t happened in world history?
However, what is a unipolar world? However one might embellish this term, at the end of the day it refers to one type of situation, namely one centre of authority, one centre of force, one centre of decision-making.
It is world in which there is one master, one sovereign. And at the end of the day this is pernicious not only for all those within this system, but also for the sovereign itself because it destroys itself from within.
And this certainly has nothing in common with democracy. Because, as you know, democracy is the power of the majority in light of the interests and opinions of the minority.
Incidentally, Russia – we – are constantly being taught about democracy. But for some reason those who teach us do not want to learn themselves.
I consider that the unipolar model is not only unacceptable but also impossible in today’s world. And this is not only because if there was individual leadership in today’s – and precisely in today’s – world, then the military, political and economic resources would not suffice. What is even more important is that the model itself is flawed because at its basis there is and can be no moral foundations for modern civilisation.
Along with this, what is happening in today’s world – and we just started to discuss this – is a tentative to introduce precisely this concept into international affairs, the concept of a unipolar world.
And with which results?
Unilateral and frequently illegitimate actions have not resolved any problems. Moreover, they have caused new human tragedies and created new centres of tension. Judge for yourselves: wars as well as local and regional conflicts have not diminished. Mr Teltschik mentioned this very gently. And no less people perish in these conflicts – even more are dying than before. Significantly more, significantly more!
Today we are witnessing an almost uncontained hyper use of force – military force – in international relations, force that is plunging the world into an abyss of permanent conflicts. As a result we do not have sufficient strength to find a comprehensive solution to any one of these conflicts. Finding a political settlement also becomes impossible.
We are seeing a greater and greater disdain for the basic principles of international law. And independent legal norms are, as a matter of fact, coming increasingly closer to one state’s legal system. One state and, of course, first and foremost the United States, has overstepped its national borders in every way. This is visible in the economic, political, cultural and educational policies it imposes on other nations. Well, who likes this? Who is happy about this?
In international relations we increasingly see the desire to resolve a given question according to so-called issues of political expediency, based on the current political climate.
And of course this is extremely dangerous. It results in the fact that no one feels safe. I want to emphasise this – no one feels safe! Because no one can feel that international law is like a stone wall that will protect them. Of course such a policy stimulates an arms race.
The force’s dominance inevitably encourages a number of countries to acquire weapons of mass destruction. Moreover, significantly new threats – though they were also well-known before – have appeared, and today threats such as terrorism have taken on a global character.
I am convinced that we have reached that decisive moment when we must seriously think about the architecture of global security.
And we must proceed by searching for a reasonable balance between the interests of all participants in the international dialogue. Especially since the international landscape is so varied and changes so quickly – changes in light of the dynamic development in a whole number of countries and regions.
Madam Federal Chancellor already mentioned this. The combined GDP measured in purchasing power parity of countries such as India and China is already greater than that of the United States. And a similar calculation with the GDP of the BRIC countries – Brazil, Russia, India and China – surpasses the cumulative GDP of the EU. And according to experts this gap will only increase in the future.
There is no reason to doubt that the economic potential of the new centres of global economic growth will inevitably be converted into political influence and will strengthen multipolarity.
In connection with this the role of multilateral diplomacy is significantly increasing. The need for principles such as openness, transparency and predictability in politics is uncontested and the use of force should be a really exceptional measure, comparable to using the death penalty in the judicial systems of certain states.
However, today we are witnessing the opposite tendency, namely a situation in which countries that forbid the death penalty even for murderers and other, dangerous criminals are airily participating in military operations that are difficult to consider legitimate. And as a matter of fact, these conflicts are killing people – hundreds and thousands of civilians!
But at the same time the question arises of whether we should be indifferent and aloof to various internal conflicts inside countries, to authoritarian regimes, to tyrants, and to the proliferation of weapons of mass destruction? As a matter of fact, this was also at the centre of the question that our dear colleague Mr Lieberman asked the Federal Chancellor. If I correctly understood your question (addressing Mr Lieberman), then of course it is a serious one! Can we be indifferent observers in view of what is happening? I will try to answer your question as well: of course not.
But do we have the means to counter these threats? Certainly we do. It is sufficient to look at recent history. Did not our country have a peaceful transition to democracy? Indeed, we witnessed a peaceful transformation of the Soviet regime – a peaceful transformation! And what a regime! With what a number of weapons, including nuclear weapons! Why should we start bombing and shooting now at every available opportunity? Is it the case when without the threat of mutual destruction we do not have enough political culture, respect for democratic values and for the law?
I am convinced that the only mechanism that can make decisions about using military force as a last resort is the Charter of the United Nations. And in connection with this, either I did not understand what our colleague, the Italian Defence Minister, just said or what he said was inexact. In any case, I understood that the use of force can only be legitimate when the decision is taken by NATO, the EU, or the UN. If he really does think so, then we have different points of view. Or I didn’t hear correctly. The use of force can only be considered legitimate if the decision is sanctioned by the UN. And we do not need to substitute NATO or the EU for the UN. When the UN will truly unite the forces of the international community and can really react to events in various countries, when we will leave behind this disdain for international law, then the situation will be able to change. Otherwise the situation will simply result in a dead end, and the number of serious mistakes will be multiplied. Along with this, it is necessary to make sure that international law have a universal character both in the conception and application of its norms.
And one must not forget that democratic political actions necessarily go along with discussion and a laborious decision-making process.
Dear ladies and gentlemen!
The potential danger of the destabilisation of international relations is connected with obvious stagnation in the disarmament issue.
Russia supports the renewal of dialogue on this important question.
It is important to conserve the international legal framework relating to weapons destruction and therefore ensure continuity in the process of reducing nuclear weapons.
Together with the United States of America we agreed to reduce our nuclear strategic missile capabilities to up to 1700-2000 nuclear warheads by 31 December 2012. Russia intends to strictly fulfil the obligations it has taken on. We hope that our partners will also act in a transparent way and will refrain from laying aside a couple of hundred superfluous nuclear warheads for a rainy day. And if today the new American Defence Minister declares that the United States will not hide these superfluous weapons in warehouse or, as one might say, under a pillow or under the blanket, then I suggest that we all rise and greet this declaration standing. It would be a very important declaration.
Russia strictly adheres to and intends to further adhere to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons as well as the multilateral supervision regime for missile technologies. The principles incorporated in these documents are universal ones.
In connection with this I would like to recall that in the 1980s the USSR and the United States signed an agreement on destroying a whole range of small- and medium-range missiles but these documents do not have a universal character.
Today many other countries have these missiles, including the Democratic People’s Republic of Korea, the Republic of Korea, India, Iran, Pakistan and Israel. Many countries are working on these systems and plan to incorporate them as part of their weapons arsenals. And only the United States and Russia bear the responsibility to not create such weapons systems.
It is obvious that in these conditions we must think about ensuring our own security.
At the same time, it is impossible to sanction the appearance of new, destabilising high-tech weapons. Needless to say it refers to measures to prevent a new area of confrontation, especially in outer space. Star wars is no longer a fantasy – it is a reality. In the middle of the 1980s our American partners were already able to intercept their own satellite.
In Russia’s opinion, the militarisation of outer space could have unpredictable consequences for the international community, and provoke nothing less than the beginning of a nuclear era. And we have come forward more than once with initiatives designed to prevent the use of weapons in outer space.
Today I would like to tell you that we have prepared a project for an agreement on the prevention of deploying weapons in outer space. And in the near future it will be sent to our partners as an official proposal. Let’s work on this together.
Plans to expand certain elements of the anti-missile defence system to Europe cannot help but disturb us. Who needs the next step of what would be, in this case, an inevitable arms race? I deeply doubt that Europeans themselves do.
Missile weapons with a range of about five to eight thousand kilometres that really pose a threat to Europe do not exist in any of the so-called problem countries. And in the near future and prospects, this will not happen and is not even foreseeable. And any hypothetical launch of, for example, a North Korean rocket to American territory through western Europe obviously contradicts the laws of ballistics. As we say in Russia, it would be like using the right hand to reach the left ear.
And here in Germany I cannot help but mention the pitiable condition of the Treaty on Conventional Armed Forces in Europe.
The Adapted Treaty on Conventional Armed Forces in Europe was signed in 1999. It took into account a new geopolitical reality, namely the elimination of the Warsaw bloc. Seven years have passed and only four states have ratified this document, including the Russian Federation.
NATO countries openly declared that they will not ratify this treaty, including the provisions on flank restrictions (on deploying a certain number of armed forces in the flank zones), until Russia removed its military bases from Georgia and Moldova. Our army is leaving Georgia, even according to an accelerated schedule. We resolved the problems we had with our Georgian colleagues, as everybody knows. There are still 1,500 servicemen in Moldova that are carrying out peacekeeping operations and protecting warehouses with ammunition left over from Soviet times. We constantly discuss this issue with Mr Solana and he knows our position. We are ready to further work in this direction.
But what is happening at the same time? Simultaneously the so-called flexible frontline American bases with up to five thousand men in each. It turns out that NATO has put its frontline forces on our borders, and we continue to strictly fulfil the treaty obligations and do not react to these actions at all.
I think it is obvious that NATO expansion does not have any relation with the modernisation of the Alliance itself or with ensuring security in Europe. On the contrary, it represents a serious provocation that reduces the level of mutual trust. And we have the right to ask: against whom is this expansion intended? And what happened to the assurances our western partners made after the dissolution of the Warsaw Pact? Where are those declarations today? No one even remembers them. But I will allow myself to remind this audience what was said. I would like to quote the speech of NATO General Secretary Mr Woerner in Brussels on 17 May 1990. He said at the time that: “the fact that we are ready not to place a NATO army outside of German territory gives the Soviet Union a firm security guarantee”. Where are these guarantees?
The stones and concrete blocks of the Berlin Wall have long been distributed as souvenirs. But we should not forget that the fall of the Berlin Wall was possible thanks to a historic choice – one that was also made by our people, the people of Russia – a choice in favour of democracy, freedom, openness and a sincere partnership with all the members of the big European family.
And now they are trying to impose new dividing lines and walls on us – these walls may be virtual but they are nevertheless dividing, ones that cut through our continent. And is it possible that we will once again require many years and decades, as well as several generations of politicians, to dissemble and dismantle these new walls?
Dear ladies and gentlemen!
We are unequivocally in favour of strengthening the regime of non-proliferation. The present international legal principles allow us to develop technologies to manufacture nuclear fuel for peaceful purposes. And many countries with all good reasons want to create their own nuclear energy as a basis for their energy independence. But we also understand that these technologies can be quickly transformed into nuclear weapons.
This creates serious international tensions. The situation surrounding the Iranian nuclear programme acts as a clear example. And if the international community does not find a reasonable solution for resolving this conflict of interests, the world will continue to suffer similar, destabilising crises because there are more threshold countries than simply Iran. We both know this. We are going to constantly fight against the threat of the proliferation of weapons of mass destruction.
Last year Russia put forward the initiative to establish international centres for the enrichment of uranium. We are open to the possibility that such centres not only be created in Russia, but also in other countries where there is a legitimate basis for using civil nuclear energy. Countries that want to develop their nuclear energy could guarantee that they will receive fuel through direct participation in these centres. And the centres would, of course, operate under strict IAEA supervision.
The latest initiatives put forward by American President George W. Bush are in conformity with the Russian proposals. I consider that Russia and the USA are objectively and equally interested in strengthening the regime of the non-proliferation of weapons of mass destruction and their deployment. It is precisely our countries, with leading nuclear and missile capabilities, that must act as leaders in developing new, stricter non-proliferation measures. Russia is ready for such work. We are engaged in consultations with our American friends.
In general, we should talk about establishing a whole system of political incentives and economic stimuli whereby it would not be in states’ interests to establish their own capabilities in the nuclear fuel cycle but they would still have the opportunity to develop nuclear energy and strengthen their energy capabilities.
In connection with this I shall talk about international energy cooperation in more detail. Madam Federal Chancellor also spoke about this briefly – she mentioned, touched on this theme. In the energy sector Russia intends to create uniform market principles and transparent conditions for all. It is obvious that energy prices must be determined by the market instead of being the subject of political speculation, economic pressure or blackmail.
We are open to cooperation. Foreign companies participate in all our major energy projects. According to different estimates, up to 26 percent of the oil extraction in Russia – and please think about this figure – up to 26 percent of the oil extraction in Russia is done by foreign capital. Try, try to find me a similar example where Russian business participates extensively in key economic sectors in western countries. Such examples do not exist! There are no such examples.
I would also recall the parity of foreign investments in Russia and those Russia makes abroad. The parity is about fifteen to one. And here you have an obvious example of the openness and stability of the Russian economy.
Economic security is the sector in which all must adhere to uniform principles. We are ready to compete fairly.
For that reason more and more opportunities are appearing in the Russian economy. Experts and our western partners are objectively evaluating these changes. As such, Russia’s OECD sovereign credit rating improved and Russia passed from the fourth to the third group. And today in Munich I would like to use this occasion to thank our German colleagues for their help in the above decision.
Furthermore. As you know, the process of Russia joining the WTO has reached its final stages. I would point out that during long, difficult talks we heard words about freedom of speech, free trade, and equal possibilities more than once but, for some reason, exclusively in reference to the Russian market.
And there is still one more important theme that directly affects global security. Today many talk about the struggle against poverty. What is actually happening in this sphere? On the one hand, financial resources are allocated for programmes to help the world’s poorest countries – and at times substantial financial resources. But to be honest -- and many here also know this – linked with the development of that same donor country’s companies. And on the other hand, developed countries simultaneously keep their agricultural subsidies and limit some countries’ access to high-tech products.
And let’s say things as they are – one hand distributes charitable help and the other hand not only preserves economic backwardness but also reaps the profits thereof. The increasing social tension in depressed regions inevitably results in the growth of radicalism, extremism, feeds terrorism and local conflicts. And if all this happens in, shall we say, a region such as the Middle East where there is increasingly the sense that the world at large is unfair, then there is the risk of global destabilisation.
It is obvious that the world’s leading countries should see this threat. And that they should therefore build a more democratic, fairer system of global economic relations, a system that would give everyone the chance and the possibility to develop.
Dear ladies and gentlemen, speaking at the Conference on Security Policy, it is impossible not to mention the activities of the Organisation for Security and Cooperation in Europe (OSCE). As is well-known, this organisation was created to examine all – I shall emphasise this – all aspects of security: military, political, economic, humanitarian and, especially, the relations between these spheres.
What do we see happening today? We see that this balance is clearly destroyed. People are trying to transform the OSCE into a vulgar instrument designed to promote the foreign policy interests of one or a group of countries. And this task is also being accomplished by the OSCE’s bureaucratic apparatus which is absolutely not connected with the state founders in any way. Decision-making procedures and the involvement of so-called non-governmental organisations are tailored for this task. These organisations are formally independent but they are purposefully financed and therefore under control.
According to the founding documents, in the humanitarian sphere the OSCE is designed to assist country members in observing international human rights norms at their request. This is an important task. We support this. But this does not mean interfering in the internal affairs of other countries, and especially not imposing a regime that determines how these states should live and develop.
It is obvious that such interference does not promote the development of democratic states at all. On the contrary, it makes them dependent and, as a consequence, politically and economically unstable.
We expect that the OSCE be guided by its primary tasks and build relations with sovereign states based on respect, trust and transparency.
Dear ladies and gentlemen!
In conclusion I would like to note the following. We very often – and personally, I very often – hear appeals by our partners, including our European partners, to the effect that Russia should play an increasingly active role in world affairs.
In connection with this I would allow myself to make one small remark. It is hardly necessary to incite us to do so. Russia is a country with a history that spans more than a thousand years and has practically always used the privilege to carry out an independent foreign policy.
We are not going to change this tradition today. At the same time, we are well aware of how the world has changed and we have a realistic sense of our own opportunities and potential. And of course we would like to interact with responsible and independent partners with whom we could work together in constructing a fair and democratic world order that would ensure security and prosperity not only for a select few, but for all.
Thank you for your attention.
vp


